D31 – Mikimark – Le sue storie

Il piccolo panfilo, lentamente e silenziosamente, si infilò nella profonda insenatura che la splendida costa dalmata gli offriva come rifugio. Dopo dieci ore di navigazione Giuseppe era alla ricerca di un posto tranquillo dove poter gettare l’ancora. Voleva infatti godersi, in solitudine e in intimità, una settimana di totale relax. Non era infatti solo: con lui, infatti, in quel momento addormentata sotto coperta, c’era la sua splendida fidanzata. Ornella, così si chiamava la giovane donna, l’aveva seguito in quella crociera solo dopo che Giuseppe le aveva promesso tanto sole e tanto mare, nessuna imbarcazione nelle vicinanze per evitare i soliti sguardi indiscreti, nessuno schiamazzo di invadenti villeggianti e totale rilassamento.
Quella baia sembrava proprio soddisfare tutti questi desideri. L’ingresso dell’insenatura era infatti celato da una folta vegetazione e da un naturale faraglione: improbabile quindi l’arrivo di altre imbarcazioni nella piccola baia che a sorpresa si allargava appena varcata e aggirata la soglia dell’insenatura. Inoltre lo specchio d’acqua era incorniciato per tutta la sua larghezza da una costa rocciosa alta e ripida che quindi escludeva spiagge raggiungibili da terra. Era perfetta. Fermati i motori al centro della baia Giuseppe buttò l’ancora. Il rumore dell’ancora che entrava nel mare cristallino svegliò Ornella che raggiunse il suo uomo sul ponte. Era bellissima. Alta, lunghi capelli corvini, enormi occhi azzurri, corpo stupendo, la giovane donna offriva una visione da sogno. Le lunghe gambe affusolate erano coperte a fatica dalla camicia da uomo che usava sempre in barca durante il sonno notturno. L’unico bottone agganciato non poteva però non lasciare scoperte le splendide forme che venivano ulteriormente esaltate dai pizzi e dalla seta del piccolo reggiseno e della ancor più microscopiche mutandine che la donna indossava.
“Amore, dove siamo ?” chiese ancora assonnata.
“Siamo arrivati in un piccolo paradiso. – rispose Giuseppe – Abbiamo superato Dubrovnik e il confine croato da un bel pezzo e penso che siamo già arrivati in Albania.”
“Addirittura! Non pensi di essere sceso troppo a sud ? L’Albania, e i suoi abitanti mi inquietano un po’. – replicò la donna – Ho sentito di una brutta avventura passata tempo fa proprie in queste acque da una coppia di turisti milanesi… “
”Ma no, amore. – rispose rassicurante Giuseppe – .I tempi sono passati. Anche gli albanesi si sono evoluti…”
Curato ulteriormente l’ormeggio e preparata l’imbarcazione alla sosta, Giuseppe potè finalmente dedicarsi a quello che era il suo passatempo preferito. Prendere il sole sdraiato su uno dei due lettini prendisole che già aveva posizionato sul ponte della barca. Il sole era già alto ed era ansioso di sentire sulla pelle il calore dei suoi raggi. Per meglio assaporare quel tanto atteso momento decise, come spesso faceva, di liberarsi di tutti gli indumenti.
“Ornella, non ti dà fastidio se prendo il sole come piace a me, vero ?” chiese l’uomo alla donna sapendo che questa, invece, non amava mostrarsi completamente nuda al di fuori della propria camera da letto.
“No, amore. Sei però sempre il solito… maialino. Appena puoi ti piace esibirti, sapendo che questo ancora mi imbarazza soprattutto se siamo in barca. Non siamo neppure ancora sposati… Io, lo sai, anche per questo il sole preferisco prenderlo con il mio piccolo bikini. Non mi metto mai nuda poi perché ho sempre paura che qualcuno, magari da terra o da una imbarcazione vicina, mi possa spiare…”
“Ma dai. – l’interruppe sorridendo l’uomo – Non vedi che non c’è segno di vita a terra e, per di più, ho scelto questa baia proprio perché non è visibile dal largo e quindi non è raggiungibile da altre barche di turisti.”
S’interruppe e si levò gli slip. Liberò così il gran bel cazzo che sempre turbava Ornella e si sdraiò sul lettino incurante del rossore che assalì la fidanzata.
Dopo un paio d’ore, anche la donna sentì il desiderio di curare la propria abbronzatura. Si avvicinò quindi al suo uomo e si adagiò a sua volta sul proprio lettino. La giornata era stupenda. Il sole, altissimo,surriscaldava la pelle della donna.
“Fa proprio caldo. – disse Ornella – .Devo assolutamente fare un bagno !”
“Vai tranquilla. – rispose Giuseppe – Sappi comunque che dopo dovrai fare quella cosa…”
“Sei sempre il solito… – sussurrò Ornella – .Vedremo…”
Detto ciò si tuffò nelle splendide acque. Risalita, dopo essersi asciugata sotto i violenti raggi del sole, diede i primi segni di insofferenza.
“Amore, ho deciso di prendere un po’ di sole anche sul seno. Il posto è veramente isolato e non ci sono scocciatori !”
“Ma perché me lo chiedi. – rispose Giuseppe – Anzi, se ti fa piacere, il sole lo puoi prendere, per me, anche senza quegli inutili minislip…”
“No, amore, lo sai come sono fatta. Non me la sento. Mi puoi chiedere altre cose, ma non questo.”
”Va bene – concluse l’uomo fingendosi indispettito – Questo però non vuol dire che non sia giunto il momento di mostrarmi quanto tu sia brava…”
”Non cambi mai !” rispose fingendosi indispettita la donna.
S’alzò e andò a prendere l’abbronzante. Sapeva quello che doveva fare e soprattutto sapeva come sarebbe andata a finire anche questa volta. L’idea, ovviamente, non le dispiaceva affatto ma le piaceva fare la sostenuta.
In attesa di Ornella l’uomo si pose supinamente sul lettino. Socchiuse gli occhi e iniziò a sognare le abili mani della donna che fra poco, per cospargere l’abbronzante, avrebbe accarezzato tutto il suo corpo. Ornella in questa operazione era eccezionale. Il solo pensiero ebbe comunque l’effetto di eccitare a dismisura Giuseppe. Il pene si ingrossò a tal punto da premere dolorosamente sul ventre. Per fortuna la posizione supina sul lettino gli evitava di smascherarsi così presto.
“Sono qui. Posso iniziare ?” chiese Ornella che, seppure eccitata, non riusciva mai a nascondere un certo imbarazzo.
“Certo, amore, come solo tu sai fare…”
La giovane donna, con i due splendidi seni al vento, iniziò quindi ad accarezzare con le mani unte dal profumatissimo abbronzante tutto il corpo nudo di Giuseppe. Le sue dita si infilarono dappertutto e i fremiti che il corpo del maschio non riusciva a trattenere eccitavano la donna. E l’eccitazione non potè più essere nascosta quando la donna chiese all’uomo di girarsi. La visione del pene del suo uomo in piena erezione e la supplica che subito lui le rivolse per un suo amoroso intervento la fece sospirare. Ornella sapeva benissimo cosa doveva fare ma, prima, voleva divertirsi cospargendo con il profumato olio abbronzante tutto il corpo del suo maschio, anche lì…Così facendo, come sempre, l’avrebbe fatto impazzire dal piacere. Le carezze sempre più lente partirono dai pettorali. Poi le sue attenzioni passarono alle muscolose gambe, dopo aver sorvolato con finta noncuranza la parte del corpo di Giuseppe che solo alla fine avrebbe avuto il piacere di toccare, accarezzare e, perché no, forse anche baciare.
“Eccomi, amore. Adesso finisco il massaggio. Lo so cosa devo fare. Devi avere solo un po’ di pazienza. E, soprattutto, come sai, dovrai avvisarmi prima di… Ti prego, lo sai che non sopporto l’odore e il sapore di quella cosa…”
Fatta la raccomandazione assaltò con tutte e due le mani il cazzo di Giuseppe. Al massaggio subentrò una lentissima e dolcissima masturbazione. Giuseppe stava impazzendo dal piacere. Ad Ornella piaceva segare il suo uomo. Le piaceva vedere il cazzo ingrossarsi sempre di più e la cappella diventare sempre più rossa. E le piaceva soprattutto tenere il maschio sempre sul punto della capitolazione… E anche questa volta con la sua lenta, dolcissima sega volle portare Giuseppe a una tale eccitazione da costringerlo a supplicarla di farlo sborrare. E solo quando vide la cappella inumidirsi e il suo uomo ansimare, si decise di avvicinare la sue labbra al cazzo. Sapeva benissimo che l’uomo avrebbe resistito solo pochi secondi.
“Amore, adesso ti farò quello che a te piace di più. Mi raccomando…” E iniziò a spompinare Giuseppe che trasalì.
Ornella divorò tutto il lungo e grosso cazzo del suo uomo. Con la lingua tormentava la cappella e alternava salite e discese lungo tutta la canna del pene. Particolarmente eccitata baciò e leccò pure i testicoli che sentiva pieni di sperma. Ma riprese ben presto con la bocca il dolce su e giù. E, in certi momenti, accolto tra le calde labbra tutto il cazzo si bloccava, con la bocca piena del sesso del suo uomo. Era quello il momento più difficile per Giuseppe. Ornella pensò bene, in uno di questi momenti in cui la sua bocca era riempita da tutto il sesso di Giuseppe, di soffiare. Giuseppe crollò e sentì che il suo cazzo stava per esplodere. Ricordò le raccomandazioni di Ornella e urlò.
“Sborro, scappa…”
La donna riuscì appena a ritirarsi che una enorme sborrata inondò il suo volto. Non le dava fastidio sentire sul viso il caldo sperma del suo uomo. Non sopportava berlo. E mentre Giuseppe continuava con i suoi fiotti di sborra a inondare il suo bel volto, con i suoi enormi occhi azzurri fissava il volto estasiato dell’uomo.
“Mi hai riempito di nuovo di sborra, come volevi tu. Stanotte, però, mi dovrai riempire di nuovo, come lo voglio io, però. Sono tutta bagnata, ma l’orgasmo lo vorrò avere con il tuo cazzo nella mia figa. Ti aspetto a letto, stanotte.”.
Così fu. Giuseppe volle ringraziare Ornella stantuffandola per oltre un’ora. Anche il buchino del suo splendido culetto fu penetrato più volte. La sborrata in figa che concluse l’amplesso la riempì tutta e la soddisfò. La giovane donna ringraziò il suo uomo e gli promise che il giorno dopo sarebbe stata forse ancora più disinibita, come a lui piaceva.
Il sole riempiva già la cabina dove Ornella, dopo la movimentata notte, dormiva questa volta completamente nuda. E così, poco dopo, si presentò sul ponte della barca dove Giuseppe già stava godendosi i caldi raggi del sole.
“Voglio fare un bagno.” disse la donna.
Un tuffo e il mare accolse la splendida femmina. Risalì presto in barca e il suo corpo nudo eccitò per l’ennesima volta Giuseppe. La figa, con il suo curatissimo pelo nerissimo, gli fu offerta in tutto il suo splendore, come pure i due splendidi seni dove i due grandi capezzoli sembravano chiedere lunghi baci e carezze. Ornella era una donna bellissima e nuda faceva perdere la testa a Giuseppe. “Oggi mi sento strana. – disse la donna – La pace che regna qui e la sicurezza di non essere vista da nessuno mi fanno venir la voglia di prendere il sole nuda, come piace a te.”
“Finalmente ! – rispose Giuseppe – Potrai raccontarlo anche alle amiche che, conoscendoti, non ti crederanno !”
La splendida donna, lentamente, si sdraiò sul lettino. La posizione assunta, con il culetto leggermente rialzato, eccitava a dismisura l’uomo che iniziò immediatamente a masturbarsi.
“Oh no. Non dirmi che il solo vedermi nuda ti eccita a tal punto !”
“Sì. – rispose ansimante Giuseppe – mi basta che tu, mentre mi faccio la sega, mi guardi con i tuoi splendidi occhi azzurri.”
”Se proprio lo vuoi…” sussurrò Ornella che offrì all’uomo la visione del suo corpo nudo e il suo sguardo eccitato. Giuseppe impiegò pochi secondi. La pioggia di sperma, violenta, si sparse sulla schiena e sul culetto della donna che accettò sorridendo l’estemporanea sborrata del suo uomo.
“Sei sempre il solito. Se non mi riempi di sperma ogni quattro ore non sei contento !” – lo rimproverò amorevolmente Ornella.
Si girò sul lettino e decise di fare un riposino, mentre i raggi del sole le baciavano la figa nerissima e i due splendidi abbronzantissimi seni, dove le due bianchissime e piccolissime striscioline ricordavano il reggiseno che l’aveva sempre protetta dal sole e dagli sguardi indiscreti. Giuseppe la imitò.
“Amore, ti prego, svegliati. Presto. Chi sono ?”
Ornella, mentre Giuseppe dormiva, si era svegliata di soprassalto e le aveva viste, immobili, all’imbocco della baia.
“Mi sembra siano due grossi barconi da pesca…” le rispose Giuseppe cercando di tranquillizzarla.
Col cannocchiale cercò di distinguere i due vessilli che sventolavano sull’albero più alto delle due imbarcazioni.
“Sono albanesi, ma non mi sembra abbiano intenzione di avvicinarsi.” aggiunse mentre Ornella, precipitosamente, si infilava gli slip e si allacciava il reggiseno.
“Amore, non sono tranquilla. Cosa possiamo fare ?”
“Nulla, ora. Speriamo che riprendano il largo e continuino con la loro pesca.”
Neanche l’uomo era però tranquillo. E la preoccupazione si trasformò in paura quando vide che una delle due imbarcazioni iniziò a muoversi in direzione del loro panfilo lasciando l’altro barcone immobile in una posizione che assomigliava molto a quella della sentinella. E la paura si trasformò in terrore quando vide ammainare sull’albero dell’imbarcazione la bandiera albanese e subito dopo alzarsi un vessillo che ben conosceva, quello nero dei pirati. Giuseppe non era armato e non fece in tempo a scendere sottocoperta per tentare un’improbabile richiesta di aiuto via radio. Il barcone aveva già affiancato il panfilo e i mitra spianati di tre uomini e di una donna gli fecero capire l’inutilità di qualsiasi resistenza.
“Amore, ti prego, scappiamo.” implorò la giovane donna.
“E’ troppo tardi, ormai. – le rispose Giuseppe – Spero di convincerli sul magro bottino che potrebbero ricavare da questo abbordaggio.”
In un perfetto italiano fu la donna pirata a parlare per prima.
“Faremo presto. Dipende molto da voi e dalla vostra, diciamo, collaborazione. Vi lasceremo la barca e la possibilità di tornarvene a casa solo dopo la consegna di tutto quello che avete di prezioso. Su una barca del genere non devono mancare il denaro e gli oggetti di valore. Tu ad esempio, oltre al bellissimo cazzo che mi stai sfrontatamente esibendo, hai uno stupendo anello. Sarà mio. E la tua donna vorrà regalarci i suoi splendidi gioielli che sicuramente tiene sottocoperta !”
Giuseppe, che a differenza di Ornella era rimasto nudo, rispose alla donna che non avevano con sé molto denaro e soprattutto non avevano particolari oggetti preziosi. Non fece in tempo a finire che uno dei tre uomini lo colpì violentemente alla testa con il calcio del mitra. Giuseppe svenne mentre Ornella iniziò a urlare implorando i quattro a lasciarli in pace, ciò che il suo uomo aveva detto era vero. Gli uomini risposero con preoccupanti ghigni accompagnati da sguardi che Ornella finse di non vedere e che la inquietarono moltissimo.
I tre uomini scesero quindi sottocoperta e iniziarono a rovistare dappertutto alla ricerca di tutto quello che loro avrebbero ritenuto di valore. Dopo una interminabile attesa i tre tornarono sul ponte. Il bottino era scarso. Solo poche banconote, carte di credito inutilizzabili e qualche gioiello di scarso valore di Ornella.
“Non è possibile ! – urlò la donna-pirata che sembrava fosse effettivamente il capo – Svegliatelo e legatelo al palo !” ordinò quindi ai tre uomini che scaricarono una secchiata d’acqua su Giuseppe che così si riebbe.
Inebetito dovette subire di essere legato nudo al palo della sua barca. Ornella tentò di fermare i tre uomini implorandoli ma fu convinta, sotto la minaccia del mitra a desistere. Non capiva perché il suo uomo era stato legato all’albero in quella posizione, ma lo capì subito dopo. La donna-pirata prelevò dal barcone una frusta. Giuseppe, legato al palo offriva la schiena e il suo bel culo alla sua aguzzina.
“Allora, mi racconti ora dove tieni i soldi e tutto il resto ?”
“Non ho nulla di più di quello che hai già trovato, te lo giuro.” rispose flebilmente Giuseppe.
Ed iniziarono le frustate. Tante, violente, umilianti. Ornella era ammutolita perché aveva iniziato a capire che quello era solo l’inizio. Se la donna riservava ciò al suo uomo non osava pensare cosa avrebbero potuto fare a lei i tre uomini. E il supplizio per Giuseppe non era finito.
“Inculatelo !” urlò il capo dei pirati.
Il più robusto dei tre uomini si avvicinò all’uomo legato. Si abbassò i pantaloni ed esibì un enorme e rugoso cazzo che impressionò la stessa Ornella. Lo avvicinò al buco del culo di Giuseppe e violentemente lo penetrò spingendo il suo prepotente cazzo fino all’intestino della vittima. Giuseppe sospirò per qualche secondo e poi, sfondato, ammutolì. Ma la donna pirata, non soddisfatta, ordinò di slegarlo e di appenderlo al vicino palo portabandiera, voleva anche lei divertirsi.
“Voglio far vedere a questa puttana come una donna pirata sa far sborrare un uomo.”
”Lascialo, non toccare il mio uomo! Non vi basta quello che gli avete fatto ?” “Non ti preoccupare…vedrai come gli piacerà !”
E così facendo iniziò violentemente a masturbare Giuseppe che inutilmente si dimenava. Senza volerlo, ma probabilmente per la strana violenza che stava subendo, raggiunse subito una notevole erezione. Non voleva dare soddisfazione alla sua aguzzina anche per non umiliare Ornella che stava assistendo alla scena.
“Dieci secondo e te lo lascio completamente svuotato…” sghignazzò la donna verso Ornella e aumentò ancor di più la velocità del su e giù della pelle del cazzo di Giuseppe.
L’uomo non resse. Al primo schizzo la donna pirata lasciò la presa del cazzo, si ritrasse e lasciò la vittima in balia dei suoi sussulti, rimase lì ridacchiando, a guardare con disprezzo l’uomo che, appeso, spargeva inutilmente la sua bianca sperma sul ponte del suo panfilo. E contemporaneamente sghignazzando disse ad Ornella.
“Guardalo bene, donna, il tuo uomo, l’ho fatto sborrare come un cavallo…”
Tutti e quattro, a quel punto, si voltarono verso Ornella, che pietrificata e ammutolita si era accovacciata, terrorizzata, in un angolo del ponte. Era giunto il suo momento. Nessuno poteva più difenderla. Giuseppe, nella posizione in cui era costretto, poteva solo assistere rabbiosamente alla scena che si stava preparando. Anche a lei la donna pirata fece la domanda che non aveva avuto prima risposta da parte di Giuseppe.
“E tu bellissima, lo sai forse dove sono i soldi e i gioielli ?”
Ornella scosse la testa e quella fu la sua condanna.
“Bene, ragazzi, la donna sarà la vostra preda. Fatene quello che volete. Fatevi assaporare fino in fondo.”
“No, vi prego…” sospirò con un filo di voce Ornella.
Ma non ebbe il tempo di supplicare ulteriormente i tre uomini che questi le si avvicinarono circondandola. Fu l’uomo dalla carnagione più scura che ebbe l’onore di strappare il reggiseno e le mutandine alla bella italiana. Rimasta completamente nuda per qualche secondo Ornella tentò di coprire come poteva il suo sesso e il seno. Era evidente che però era tutto ormai vano. Fu a questo punto che gli altri due albanesi sollevarono di peso la terrorizzata Ornella e la trascinarono verso il lettino. La donna si dimenava e ciò, oltre ad eccitare ancor più i tre uomini, aveva l’effetto di innervosirli. Ma la resistenza durò poco. Ornella si rassegnò a subire l’umiliazione di essere legata, supinamente, sul lettino. Sotto il suo ventre, violentemente, venne infilata una piccola cassetta di legno. Oltre a farle male la cassetta la costringeva a tenere il suo splendido culetto, dove ben si vedeva il disegno delle mini-mutandine che Ornella aveva sempre sacrificato all’abbronzatura, ben sollevato rispetto al resto del corpo. Ornella aveva intuito ciò che i tre uomini le volevano fare.
Le imprecazioni di Giuseppe che era costretto ad assistere alla scena non fermarono i tre uomini. Uno alla volta i tre estrassero i loro cazzi e li esibirono a una frastornata Ornella. Il primo lo infilò nel roseo buchino dello splendido culetto della donna.
“No, lì no. Non glielo ho permesso neanche al mio uomo…“ urlò Ornella che inizialmente si dimenava violentemente.
Poi, a un certo punto, si fermò e sembrò quasi volesse agevolare la prepotente penetrazione. I tre uomini si accorsero del repentino cambiamento di Ornella che, pure, non riusciva a nascondere la sua eccitazione. Il liquido che iniziò a fuoriuscire dalla sua figa non poteva non essere notato anche da Giuseppe. Il primo pirata lasciò la prosecuzione dell’inculata al compare senza venire. Era evidente che voleva riservarsi per qualche altra prestazione. E dopo il secondo anche il terzo, dopo tante spinte dentro il culetto di Ornella, che ormai mostrava tutti i segni di un violentissimo orgasmo, spinse il suo enorme cazzo nell’ormai dilatatissimo buco del culo della donna. Anche lui però non volle sborrare.
I tre uomini si spostarono quindi davanti al volto della donna che nel frattempo, in pieno orgasmo, non riusciva a fermare l’abbondante fuoriuscita dei suoi umori. E sghignazzando verso Giuseppe, gli chiesero se la sua donna era capace di spompinare bene come sapeva bene farsi inculare. E, soprattutto, visto che il tutto le piaceva tanto, se sarebbe stata capace anche di bere tutta la sborra che fra poco tutti e tre le avrebbero regalato. Per sicurezza, i tre energumeni risollevarono di peso la giovane donna e la legarono, questa volta seduta, allo stesso palo dove continuava a essere legato il suo uomo.
Fu a questo punto che Ornella, sospirando, si rivolse al suo uomo.
”Amore, non so cosa mi stia succedendo…”
“Lo so io !” rispose furibondo Giuseppe.
Aveva appena finito di esprimere tutta la sua rabbia che il primo dei tre uomini violò la bocca di Ornella.
“Tu bere tutto !” le intimo l’uomo.
Non fu necessario che bloccasse tra le sue rugose mani il bel volto della giovane donna. Era evidente ormai che Ornella, passando da un orgasmo all’altro, partecipava con tutta la sua femminilità. E soprattutto, quando l’albanese sborrò, non si tirò indietro, anzi. Raccolse nella bocca tutta la sborrata dell’uomo e quindi, la bevve. Giuseppe non poteva credere ai suoi occhi. Ma la sua fidanzata si ripetè anche con il secondo pirata. Con la lingua iniziò a giocherellare con la cappella divenuta violacea dell’uomo, poi con le labbra gli leccò avidamente i grigiastri coglioni pieni di sborra. E, quando questa fuoriuscì abbondante e inondò la sua bocca, con gli occhi azzurri spalancati ingurgitò tutto in silenzio non preoccupandosi delle risa e dei grugniti dei tre uomini.
“Amore, perdonami, ma è troppo bello…”
Fu a questo punto che i tre uomini, vedendo che la donna continuava a godere, che non aveva alcuna intenzione di ostacolare le loro voglie e, anzi, sembrava incoraggiarli, decisero di slegarla. Ornella fu quindi sollevata di peso e trascinata in mezzo al ponte. Qui decisero di prenderla contemporaneamente. Il culo, la fica e la bocca furono penetrati nello stesso istante dai tre prepotenti cazzoni. La donna iniziò a contorcersi emettendo miagolii di piacere sempre più alti. E godeva. Come godettero di nuovo contemporaneamente i tre uomini che la inondarono dappertutto. La sborra riversata violentemente sul corpo e sul volto di Ornella era. tanta, calda e odorosa. E la ricoprì tutta. E così i pirati la lasciarono, immobile, in mezzo al ponte quando decisero di abbandonare il panfilo e di ritornare sul loro piccolo vascello. Da lontano videro Ornella, ancora ricoperta della loro sborra, liberare il suo uomo dal palo dove, legato, aveva dovuto assistere alle loro gesta.
La donna ebbe tempo tutto il viaggio di ritorno per tentare di spiegare al suo uomo cosa le era successo e, soprattutto, per rassicurarlo che in futuro non gli avrebbe certamente negato più nulla.
“Amore dopo che quei tre cazzoni hanno spalancato in quel modo il mio buchino non vedo l’ora di prendermi nel culo anche il tuo. Poi, dopo tutte le bevute che mi sono fatta di sperma albanese, non vedo l’ora di assaporare la tua sborra, che è sicuramente di qualità superiore”.
Sentendo così parlare la sua donna, Giuseppe iniziò a chiedersi se al gruppo di pirati albanesi dovesse dare la caccia per la vendetta o se, invece, dovesse essere grato.
L’anno dopo Giuseppe ed Ornella tornarono con il loro panfilo, ancora più grande, in quella stessa baia.
L’invito era giunto improvviso. L’ingegner Rossi, l’amministratore delegato dell’azienda, aveva invitato nella sua villa Roberto e Maurizio, i due giovani responsabili della contabilità, con le rispettive mogli. Le due coppie erano ben conosciute da tutto il personale. Giovani, vivaci e belle non nascondevano la loro esuberanza sotto tutti i punti di vista. Anche il direttore tecnico Marini era stato convocato a questa riunione molto privata.
“Non capisco la necessità di convocarci nella sua villa con le nostre rispettive mogli. – disse preoccupato Roberto a Maurizio, il suo collega della contabilità – Mia moglie Raffaella è una donna molto introversa e non vuole avere intrusioni nella sua vita privata da parte di persone del mio lavoro. Dovrò convincerla.” Effettivamente Raffaella, che Maurizio conosceva appena, era una bellissima donna. Bionda, con un corpicino da sballo, era una ex modella. Aveva deciso di abbandonare il mondo della moda per diventare esclusivamente la moglie di Roberto.
Anche Francesca, la moglie di Maurizio, era una bellissima femmina. I lunghi capelli neri facevano da cornice a un bellissimo volto dove gli occhi azzurri, grandi ed espressivi, le davano un fascino da cerbiattina. Anche il corpo era da sballo, gambe lunghe e affusolate, due seni slanciati verso il cielo e un culetto da sogno. Insomma una gran figa. E anche lei era indispettita dal dover partecipare a quella che riteneva sarebbe stata una noiosissima cena di lavoro con il panciuto amministratore delegato e il viscido direttore tecnico. In più detestava Rossi.
“Ogni volta che mi vede – disse al marito – mi mette a disagio: si nota subito che mi spoglia con gli occhi e non riesce neppure a nascondere una squallidissima eccitazione. Non escluderei la possibilità che ogni volta, dopo avermi vista, cavalchi con la fantasia e si faccia una sega pensando al mio corpo e a tutto il resto.”
Lo stesso trattamento l’amministratore, insieme a Marini, lo riservava anche a Raffaella, che proprio per questo motivo si rifiutava di partecipare alla strana riunione.
“Non riesco a convincerla – disse Roberto a Maurizio – teme di non riuscire a nascondere la sua insofferenza nei confronti dei due direttori e quindi teme di intralciare la mia carriera. Stasera spero di convincerla.”
Alla fine, in cambio della promessa di uno splendido week-end in montagna, Roberto era riuscito a convincere la moglie a partecipare alla serata.
Anche Francesca, che aveva avuto degli strani presentimenti, aveva cercato di convincere Maurizio a non portarla alla cena. Ed aveva elencato al marito una serie di scuse da presentare al boss. Alla fine, però, anche lei aveva desistito e aveva accettato.
“Amore, come pensi dovrei vestirmi stasera ?” – chiese Francesca a Maurizio. “Amore, lo sai che qualsiasi abbigliamento tu scelga sarai bellissima.”
“Va bene. Mi vestirò, però, soprattutto pensando al dopocena con te…”
Maurizio capì il messaggio e si eccitò.
Appena arrivati nella villa si accorsero subito che si stava preparando qualcosa di strano. Mancava la servitù e il tavolo imbandito era stato preparato da due servitori negri. Raffaella era già arrivata in compagnia di Roberto e, bellissima e imbronciata, era seduta in un angolo della enorme sala. Era splendida e indossava un cortissimo vestito bianco che esaltava le sue forme che si intravedevano assai bene. Roberto cercava di nascondere il nervosismo della moglie chiacchierando con noncuranza con il direttore tecnico. Francesca era anche lei nervosissima, il suo completino nero faceva fatica a nascondere, per le sue trasparenze, le sue splendide fattezze.
La cena ebbe inizio e subito i due direttori esternarono pesanti apprezzamenti sulle due ospiti. Raffaella e Francesca manifestarono subito dei chiari segni di insofferenza ai quali fecero riscontro commenti ancora più pesanti da parte dei due uomini. E intanto aumentava la quantità di vino e altro che le signore dovevano continuamente ingurgitare per compiacere agli insistenti inviti dei due dirigenti.
Il primo segnale di cambiamento del clima della serata si ebbe quando, con enorme imbarazzo delle due giovani donne, i due inservienti negri si presentarono con le solite bottiglie di champagne indossando solamente piccolissimi tanga che a fatica nascondevano membri dalle dimensioni veramente notevoli. Francesca, e soprattutto Raffaella, sulle quali gli effetti dell’alcol cominciavano a fare effetto, non riuscivano a nascondere un grande imbarazzo mescolato a turbamento.
Fu a questo punto che Rossi, in un silenzio glaciale, iniziò a spiegare il motivo per cui le due giovani coppie erano state invitate a quella splendida serata.
“Mi risulta, o meglio ho fatto risultare, dei notevoli ammanchi di cassa e numerosi mancati pagamenti. Fatture regolarmente pagate dall’ufficio contabilità non sembrerebbero invece essere da voi due effettivamente registrate. Ovvia la complicità dei fornitori che testimonierebbero in qualsiasi momento la vostra disonestà nei confronti dell’azienda. Ora quindi voi due rischiate il licenziamento, la denuncia e la sicura condanna. Non penso che le due vostre graziose mogliettine sarebbero molto contente di vedervi entrambi per un lungo periodo segregati in qualche carcere del nostro Meridione. Tutto ciò potrebbe però essere evitato…”
S’interruppe in attesa di qualche nostra domanda. E Roberto, infatti, dopo aver appena sussurrato un ingenuo “Non capisco…” chiese “Cosa c’entrano le nostre mogli ?”
Fu il viscido direttore tecnico a dare la risposta che i due contabili temevano. “L’amministratore delegato ed io siamo convinti che le vostre due belle mogliettine non potrebbero non aiutarvi in questo difficile momento. Come Semplice, accettando di farci trascorrere una splendida serata, sono due splendide donne e ancor più due femmine eccezionali. Insomma, devono accettare, senza limiti, di soddisfare alcune nostre voglie un po’, diciamo, particolari…. Solo così eviterebbero ai loro maritini di ritrovarsi in carcere per qualche anno. Vi è tutto chiaro ?”
Francesca era ammutolita. Raffaella, invece, non riuscì a trattenere un “Maledetti bastardi”.
Fu l’amministratore che subito la censurò. “No, signora Raffaella, allora non ha ancora capito… Non deve fare così… Anzi, per iniziare il gioco che faremo, per prima cosa sarà proprio lei a levarsi una cosa, voglio essere generoso, all’inizio. Si tolga quelle splendide scarpette a spillo. So che a lei, ex modella, ciò costerà un po’…”
”Amore, andiamo via, ti prego. Se ubbidisco ho paura che dopo non ci sarà per me più scampo.”
Roberto era frastornato. Gli sembrava di vivere un incubo. Fu capace solo di sussurrare alla moglie disperata un flebile “Amore, ti prego, cerca di capire…” Raffaella, rabbiosamente, di scatto si levò le due scarpette bianche con il tacco a spillo e rimase, così, scalza. Sarebbe stato per lei, questo, l’inizio di un incubo.
Francesca, nel frattempo, era rimasta silenziosamente a guardare. Sapeva che presto sarebbe toccato anche a lei.
Fu a questo punto che Rossi iniziò a svelare i suoi turpi pensieri.
“So che voi tutti avete frequentato l’università. Siamo certi che voi due in particolare, da studentesse universitarie, avrete partecipato a quelle belle feste dove i maschietti si inventavano i più strani giochetti per mettere a nudo, in tutti sensi, le belle compagne di facoltà. A me piace in particolare lo strip-poker… “
Federica e Francesca capirono e trasalirono. Ricordavano benissimo i pesantissimi pegni che avevano dovuto subire a quelle feste dove chissà perché loro perdevano sempre e alla fine non si contavano i pompini che avevano dovuto fare e le sborrate che, volenti o nolenti, avevano dovuto sorbirsi. La goliardia non aveva allora limiti e per le belle matricole era una consuetudine, almeno per una volta, sottostare alle voglie più peccaminose degli anziani della facoltà. Altri tempi però e, soprattutto altri uomini
“No, direttore, ma questa volta lo strip non lo farò !” esclamò Francesca, furente.
E Federica, stizzita, aggiunse “ Non vedrà nemmeno un centimetro del mio corpo, non si masturberà su di me.”
“Vedremo, vedremo…” replicò l’amministratore. Ed estrasse dal cassetto un nuovo fiammante mazzo di carte.
“Chi vince la mano ha il diritto di scegliere la vittima che dovrà levarsi un indumento. In caso di bluff scoperto la pena sarà doppia. Tutto chiaro ?”
Federica, come risposta sussurrò al marito “Ti prego, portami mia…”
Ma per la prima volta mostrava una certa rassegnazione. Francesca, invece, rimase silenziosa, ma la sua ira era evidente.
“Tris d’assi – annunciò il direttore tecnico – e ho il sospetto che nessuno mi batterà… Vero Federica ?” Era lei infatti la prima vittima.
“No, non posso, vi prego…” sussurrò flebile la giovane donna.
“Le regole sono chiare – tagliò corto Rossi – . Quindi, signora, a sua scelta”. Questa, a dire il vero, non era molto vasta. E così si scoprì che la bella moglie di Roberto usava delle bellissime calze autoreggenti bianche. Se le sfilò contorcendosi tutta, sforzandosi il più possibile di non mostrare nulla di quello che si intravedeva sotto il bellissimo ma anche cortissimo abitino bianco. A questo punto tutti notarono un crescente nervosismo da parte di Francesca. Si capì più tardi il motivo.
“Rilancia ? Non le credo carissima signora, e la vedo.”
Francesca sapeva di essere lei la successiva vittima e aveva tentato un velleitario bluff miseramente scoperto dal sempre più eccitato Rossi.
“Doppia pena, Francesca, mi dispiace.” sogghignò l’uomo esibendo un tris di re che cancellava la misera doppia copia della moglie di Maurizio. La quale, purtroppo, non proponeva un abbigliamento adatto a quel tipo di serata. Anzi a quel tipo di gioco. Se infatti non fu fastidioso, come lo era stato per Federica, levarsi le bellissime scarpe nere a tacco a spillo vertiginoso, ben più imbarazzante era fare a meno del secondo indumento che, per il bluff scoperto, doveva essere sacrificato.
Un violento rossore comparve sul suo volto quando fu costretta a sfilarsi il bellissimo vestitino nero che con le sue trasparenze tanto aveva fatto arrapare sia l’amministratore che il direttore tecnico. E si capì anche il perché del nervosismo che già prima Francesca aveva mostrato. Come aveva anticipato nel pomeriggio al marito, la donna aveva optato nell’abbigliamento intimo per qualcosa che lui solo dopo la cena avrebbe potuto gustare. Il completino nero di biancheria intima che proponeva era semplicemente da urlo. Il reggiseno consisteva in una strettissima fascetta nera completamente trasparente che a stento nascondeva i due grandi e turgidi capezzoli. Le mutandine, inoltre, praticamente non esistevano, erano uno strano connubio tra perizoma e tanga abbinato a una trasparenza totale nera, eguale a quella del reggiseno. Francesca era praticamente nuda e, rabbiosamente, sapeva di esserlo. L’imbarazzo era notevole, il violento rossore delle guance e il tentativo goffo di nascondere qualcosa con le mani eccitava ancor più i due uomini dell’azienda che fissavano lo splendido seno di Francesca. Le due rosee e ben disegnate aureole esaltavano i seni che orgogliosamente si slanciavano verso il cielo. Per non parlare poi del ciuffetto nerissimo che si intravedeva sotto le microscopiche mutandine. A Maurizio stava montando una rabbia che a fatica controllava.
La stessa ira che ancor più assalì Roberto quando la mano dopo toccò a sua moglie subire un doppio pegno non avendo portato a sua volta a buon fine un bluff che sapeva tanto di disperazione.
Federica non parlava più, teneva la testa bassa nascondendo un volto che passava dal rossore più violento a un preoccupante pallore. Doveva rinunciare a due dei tre indumenti che indossava. Almeno tutti pensavano che tanti fossero. Roberto non potè trattenere un’imprecazione quando sua moglie, levandosi il bellissimo e cortissimo abitino bianco mostrò che, sotto, indossava solo un minuscolo e candido perizoma.
“Vi prego,,,” sussurrò la splendida Federica prima di contorcersi tutta nel tentativo di proteggere le sue intimità. Ma anche l’ultimo mini indumento dovette cadere. Rimasta nuda con una mano disperatamente allargata tentava di nascondere il piccolo ma bellissimo seno; con l’altra copriva appena il suo bocciolo che trionfava per la curata depilazione che tutti potevano notare e apprezzare. Roberto, vedendo sua moglie in quella situazione di umiliazione e sudditanza non potè non inveire nei confronti dei due uomini che gli stavano di fronte. L’indifferenza dei due lo frustrava ulteriormente.
La stessa umiliazione la provò Francesca quando la mano successiva perse la mano. Il suo tris di re era stata una mera illusione di fronte al full di Rossi. Il mancato bluff costava a Francesca assai caro. Reggiseno e mutandine finirono nelle mani del direttore tecnico che rimase per parecchi secondi in contemplazione dei seni nudi della moglie di Maurizio. Ma soprattutto si eccitò, e lo si vide, osservando con bramosia il pelo nerissimo che la donna offrì quando caddero le mutandine. Dopo appena quattro mani, per sfortuna e imperizia, le due donne si ritrovavano completamente nude di fronte a due uomini che da quel momento in poi avrebbero fatto di tutto per umiliarle e per costringerle a piegarsi alle loro voglie più turpi.
La mano dopo Federica, ormai in stato confusionale, perse di nuovo malamente facendosi vedere un altro bluff. Doppio pegno. Il primo consisteva, secondo le parole del direttore, nel mostrarsi, senza alcuna inibizione e da ottima fotomodella quale era stata, davanti a una macchina fotografica. Invitata a salire su un tavolo, Federica viene costretta ad esibirsi… e partirono le foto. Con le lunghe gambe allargate, alla pecorina, di schiena con la gambe allargate. Foto rigorosamente pornografiche. Ma ancora più pesante risultò il secondo pegno da pagare.
“Carissima Federica – disse l’amministratore – ora chiamerò qui il mio servo negro Abdus. Come lei ha già osservato prima, il negro è dotato di un cazzo dalle dimensioni notevoli. E soprattutto è un grosso produttore di sperma. Proprio così. Ha la particolarità di produrre, a ogni orgasmo, una quantità notevolissima di sborra. Ebbene, lei dovrà, nella maniera che preferisce, farlo godere. Sarà uno spettacolo che lei sicuramente apprezzerà. Come pure, sono certo, lei sarà capace di farlo sborrare in tempi brevissimi e nel migliore dei modi.”
Difficile descrivere il volto di Federica.
“No, non posso!” urlò.
“Abdus vieni, c’è una bellissima donna che vuole assaggiarti” rispose Rossi.
Il negro comparve. Le dimensioni del cazzo, liberato dal mini perizoma fino ad allora indossato, erano enormi. Era già eccitato alla vista delle due donne nude.
“Avanti Federica, si dia da fare !”
La donna decise di usare la mano, sdegnosamente, senza neppure guardare il grosso pene che le stava di fronte. E iniziò la lenta masturbazione. La giovane donna era in difficoltà a causa delle dimensioni del cazzo. Ben presto fu costretta a usare tutte e due le mani. Così facendo però esponeva il suo bellissimo volto a quella che in qualsiasi momento poteva rivelarsi una autentica eruzione di sperma.
“Coraggio, Federica, vede quanto il cazzo di Abdus si sia ulteriormente ingrossato. – le urlò il direttore tecnico – . La sborra sta salendo… Forza!” “Che tu sia maledetto” tentò di rispondere Federica.
Non ci riuscì perché fu interrotta dal primo abnorme spruzzo di sperma che la colpì sulla bocca. La serrò immediatamente ma non riuscì a evitare che il suo viso fosse inondato dal liquido seminale del negro. Abdus schizzò effettivamente almeno dieci volte il suo liquido sul volto della giovane donna, il suo viso era diventato una maschera di sperma. La quantità di sborra che il negro aveva riversato sulla moglie di Roberto era veramente impressionante e al marito non rimase altro che iniziare a ripulire il volto della moglie con il suo maglione diventato un improvvisato asciugamano.
Francesca era pietrificata. Era terrorizzata. Dopo aver visto quello che era successo a Federica non riusciva a immaginare quale potesse essere il suo supplizio. Completamente nuda, e impotente davanti ai due uomini, temeva che il peggio dovesse ancora arrivare.
Poco dopo toccò a lei. Puntuale infatti arrivò un poker di Rossi. Francesca tentò successivamente un bluff riparatore. Fallito. Era finita. Sconfortata sussurrò “Maledetti ! Abbiate pietà. Fatemi fare quello che volete, ma fate presto !”
Dolce musica queste parole per il dottor Marini che non tardò di accontentare Francesca.
”Il dottor Rossi ed io abbiamo deciso di unire i tre pegni che lei deve pagare in un’unica prestazione diciamo un po’… spinta.”
Visto il supplizio patito da Federica, questa premessa agitò ancor più Francesca.
“E’ nostra intenzione esaltare al massimo tutta la sua femminilità e sfruttare tutte le sue doti.”
Cosa intendessero i due uomini per ‘le sue doti’ la bella Francesca lo scoprì poco dopo. Mentre spiegava il giochetto l’amministratore si toglieva tutto gli indumenti con eccezione della mutande. Mise così in evidenza un mostruoso ventre. Impressionante e schifosa era l’adipe. Anche il direttore tecnico fece altrettanto. Anche lui rimase in mutande.
“Anche per lei chiederemo l’aiuto dei nostri servi, in particolare di Malcolm.” Francesca che aveva visto la performance di Abdus trasalì pensando a una replica di egual tenore di Malcolm.
“Poiché non vorremmo essere disturbati durante il gioco, ritengo sia utile legarla, senza farle male, su un apposito attrezzo che abbiamo già preparato. Ah, dimenticavo. Prima dovrà espletare una piccola operazione che dà sia al dottor Rossi che a me un gran piacere. Dovrai semplicemente levarci le mutande”. “Non lo farò mai! Avvicinarmi come una serva ai vostri cazzi mi fa schifo…” “Signora, la prego, si moderi e soprattutto non ci faccia ripetere la situazione spiacevole in cui si è cacciato suo marito.”
Era un’altra grande umiliazione che Francesca non potè evitare. Fu costretta quindi ad avvicinarsi ai due uomini, inginocchiarsi e sfilare ad entrambi le mutande. Era ovvio che i due volevano creare ulteriore imbarazzo alla bella donna.
A questo punto, senza dare a Francesca altro tempo per ribellarsi, il direttore diede l’ordine a Malcolm di prelevare di peso Francesca e legarla a una grossa tavola quadrata che fece la comparsa in quel momento.
“Vi prego, cosa volete farmi… Non fatemi del male… Godete, porci, ma non la violenza…”
”Non si preoccupi, signora, nessuno le farà del male. E’ solo questione di comodità…”
La tavola era sollevata in posizione verticale e la donna fu fissata con delle robuste corde ai quattro angoli della stessa. Così legata la donna era costretta a spalancare il suo sesso ed esibire tutta la sua sessualità, il suo bel pelo nero non nascondeva né le rosee delicate piccole labbra né le gonfie grandi labbra. Ed era lì che Malcolm doveva puntare le sue attenzioni.
“Il negro ha il compito solo di penetrarti il più possibile. Noi faremo altro. Viste le dimensioni del cazzo del nostro negro ti consiglio di rilassarti il più possibile e di accoglierlo nel migliore dei modi dentro di te.” concluse Rossi.
La moglie di Maurizio era ormai rassegnata. Ciononostante non potè non sussurrare un flebile “No, vi prego..” quando Malcolm esibì il suo cazzo. “Non posso, non riuscirò mai sopportarlo. Mi rompe.”
Furono proprio queste parole che eccitarono a dismisura il negro che senza alcuna esitazione infilzò violentemente la donna. Fu un autentico sfondamento. A nulla valsero tutti i tentativi fatti da Francesca di proteggersi dalla penetrazione. Una volta affondato il colpo Malcolm iniziò a stantuffare freneticamente e ad ogni spinta seguiva un sospiro della donna.
“Basta, non ne posso più, fermati !” urlava Francesca.
Ma solo dopo un numero infinito di violentissime penetrazioni l’uomo si fermò. Senza però eiaculare.
“La sborrata di Malcolm fa parte della seconda parte del gioco.” disse il direttore tecnico.
A Francesca, abusata e umiliata, non rimaneva che attendere.
E intanto veniva modificata la sua posizione. La tavola fu sollevata e posta parallelamente al tappeto, sospesa a un’altezza di circa un metro e agganciata con una grossa corda al soffitto ben avrebbe sopportato il peso di Francesca. La donna fu poi costretta questa volta a farsi legare supinamente con un voluminoso cuscino sotto il ventre. La visione offerta dal suo sesso a causa della posizione assunta a gambe smisuratamente allargate era particolarmente eccitante. Il suo bel culetto, nudo e indifeso, era, a causa del cuscino, rialzato. Dimenandosi, Francesca lo sollevava ulteriormente. E proprio questo avrebbe subito il successivo affronto.
Il direttore tecnico, infatti, premurandosi di mostrare alla donna ancora una volta le dimensioni elefantiache del proprio sesso, la informò che era sua intenzione umiliarla con una inculata.
“Ti farò un po’ male, ma dopo la festa per te sarà quasi finita. Dico quasi perché contemporaneamente il dottor Rossi, per sua espressa volontà, vorrà la tua bocca. Se avrai qualche problema sono sicuro che sarai capace di superarlo grazie alla tua grande capacità di pompinara. E, alla fine, sappi che ci saranno i fuochi d’artificio. Tutti e tre, il dottor Rossi, Malcolm e naturalmente io avremo l’onore di sborrarti tutti in bocca. E tu, a differenza di Federica, non potrai sgaiattolare ed evitare il salutare ingoio. Ti abbiamo legata in tale modo proprio per impedirti scappatoie. Quindi, coraggio, e datti da fare.”
Francesca inizialmente sussurrò un tenero “Non potete farmi questo ! Perché ?”
Poi iniziò a sospirare, ma vedendo che la sua resistenza, in quella posizione, aumentava il piacere dei tre uomini preferì ammutolirsi e accettare passivamente le angherie.
E queste iniziarono subito. Mentre Malcolm a braccia conserte si metteva in primo piano a gustarsi la scena sia dell’inculata che del mega pompino, l’amministratore per primo si avvicinò al viso di Francesca. Esibì in tal modo l’enorme pancia cadente e pelosa che copriva tutto il suo basso ventre. Francesca riusciva a stento a vedere e ad annusare i coglioni nero-grigiastri del boss. Il piccolo membro, rugoso e nero, era appena visibile. Era una visione senza dubbio disgustosa.
“Mi fai schifo.” disse Francesca.
“Lo so ed è per questo che godo all’idea di quanta fatica farai a baciarlo, leccarlo e succhiarlo. E pensa che alla fine, dopo tanto fatica, potrai goderne il frutto. Perché, prima o poi, volente o nolente, dovrai farmi sborrare e quindi bere tutto quello che riuscirò a produrre. Mi dicono che ultimamente, vista forse l’età, non è proprio come bere un aperitivo. Anzi ha un sapore molto acido, nauseabondo e di pessimo odore. Potrai consolarti forse con le sborrate che avrai l’onore di assaporare dopo. Malcolm è una certezza per la quantità e, inoltre, è sempre sborra di negro. Quella del direttore tecnico sarà pure molto gustosa perché, come hai ormai già capito, il suo cazzo avrà appena finito di sfondare il bel buchino del tuo favoloso culetto.”
La moglie di Maurizio spalancò ancor più gli splendidi occhi azzurri e silenziosamente, per non eccitare ulteriormente i tre uomini, optò per una totale remissività.
Con il volto iniziò quindi a intrufolarsi tra le grasse cosce e tra le lardose pieghe del sottoventre dell’amministratore. Non potendo usare le mani, con la bocca alla fine riuscì a catturare il piccolo e maleodorante pene. Con un‘espressione di disgusto iniziò un lento pompino. Sperava di portare a termine quel supplizio prima possibile. Non riuscendovi pensò di iniziare a leccagli anche i grigi testicoli. E fu in quel momento che, con dispetto, sentì invadere il proprio culetto dall’abnorme membro del direttore. Non potè trattenere un’imprecazione, alla quale seguirono miagolii mentre sentiva la cappella del cazzo dell’uomo risalire il suo corpo. E il fastidio aumentò quando iniziarono le spinte. Passarono i minuti. Nonostante l’impegno di Francesca i due uomini continuavano a riempirla senza venire.
Fu l’amministratore a crollare per primo. Senza raggiungere una vera e proprio erezione riempì la bocca di Francesca del suo liquido biancastro. L’odore nauseabondo dello sperma si propagò per la stanza. Francesca aveva tentato di evitare l’ingoio ma non era riuscita, legata come era, a svincolarsi dal membro del boss. E per Francesca fu quello l’inizio dell’oltraggio finale. Senza dar tregua alle stanche labbra della donna, anche Malcolm violentemente spinse il suo membro asinino nella bocca di Francesca. Era eccitato. Il veloce dentro e fuori nella bocca della donna ancora imbrattata dallo sperma di Rossi lo fece raggiungere in pochi secondi l’orgasmo. E la sua sborra riempì di nuovo la bocca di Francesca. Per la seconda volta in pochi minuti la donna dovette ingoiare una quantità abnorme di sperma. E non era finita. Dopo l’eterna inculata anche il direttore volle abusare della bocca di Francesca. Sfilato il pene dal buco del culetto lo spinse subito dopo nella gocciolante bocca della vittima. Per assicurarsi che Francesca non perdesse neanche una goccia del suo liquido pensò bene di bloccare ulteriormente il volto della donna stringendo con forza i suoi orecchini. Ma la donna era ormai esausta e completamente rassegnata, spalancata la bocca si preparò al terzo ingoio. E dopo lo schifoso sperma del vecchio amministratore, la tanta sborra del negro era ora la volta di quella del cazzo asinino del dottor Marini. Questi infatti spinse tutto il suo enorme membro nella bocca della donna che costretta a ingoiarlo tutto non riusciva più a respirare. E pensò di soffocare quando sentì colare la calda sperma nella gola. E colava in continuazione, tanta. La donna tentò inutilmente di svincolarsi dalla ferrea presa che l’uomo effettuava sui suoi orecchini. Evidentemente l’uomo stava schizzando una quantità impressionante di sborra. Troppa. Ma Francesca fu costretta a berla tutta.
La serata si era conclusa. Francesca fu liberata e con Federica potè rivestirsi. Ma l’amministratore delegato, che non volle restituire alle due donne i loro indumenti intimi, concluse la serata con un imprevisto annuncio ai suoi due contabili.
“Voi due non sarete denunciati, ma siete licenziati”.
Era la beffa finale.
Roberta, diciotto anni appena compiuti. Bellissima. Alta, capelli lunghi e nerissimi. Occhi azzurri, nasino greco all’insù, bocca piccola ma sensualissima, due gambe lunghissime e affusolate. Taglia rigorosamente quarantadue, a un culetto rotondo, già da donna, abbina un ventre piattissimo come solo una diciottenne può avere. Il classico ventre dove ogni maschio desidererebbe depositare il proprio liquido seminale dopo essersela scopata. Due piccoli seni, sodi e marmorei, sembrano guardare al cielo e offrono due bellissimi capezzoli rosei. Forse un po’ grandi, come l’areola che le ricopre parzialmente la tettina. Nuda è uno spettacolo della natura e un uomo, solo vedendola, può anche… sborrare.
E Roberta, oggi, non ne poteva proprio più. Era furente ed incazzata nera. Quello stronzo del professore di latino continuava a umiliarla quotidianamente rifilandole ogni giorni votacci osceni. A casa, poi, le avevano detto chiaramente: o rimediava almeno parzialmente a quelle insufficienze o avrebbe dovuto scordarsela la settimana bianca con tutta la classe. E, in classe sua, c’era pure lui, Francesco, il biondino dagli occhi azzurri che la faceva impazzire. E a lui, per la prima volta in vita sua, aveva concesso qualcosa. E in montagna, forse, gli avrebbe voluto regalare qualcosa di più…
E, mentre si faceva la doccia prima di andare dal nuovo professore di latino al quale i suoi si erano affidati per farle recuperare le insufficienze in latino, ricordava quella volta, l’unica, che alla festa del compleanno della sua amica Ludovica si era fatta convincere proprio da Francesco a seguirlo nel bagno dei genitori della padrona di casa. Lì, aveva permesso che con la lingua il ragazzo le esplorasse tutta la bocca. Lei si era eccitata e lo aveva lasciato fare. La camicetta prima e il reggiseno dopo erano volati.
“E adesso ?” gli aveva chiesto provocante a quel punto Roberta.
Francesco le aveva risposto accarezzandole le due bellissime tettine e strizzandole dolcemente i due capezzoli turgidi, come mai lo erano stati prima. E lei, nelle mutandine, si era bagnata.
“Ti prego, aiutami – le sussurrò subito il ragazzo – . Non ce la faccio più.”
E così dicendo, freneticamente come solo un diciottenne eccitato poteva fare, iniziò ad armeggiare con la cerniera dei jeans. Sapeva di avere un gran bel cazzo. Se fosse riuscito a mostrarglielo, sicuramente Roberta non avrebbe resistito.
“Cosa fai ? Non fare lo stronzo ! Non mi va. Baciami, se vuoi, mi piace. Ma non chiedermi altro…”
Francesco rassegnato, si rialzò la cerniera solo un po’ abbassata e baciò ancora più avidamente Roberta. Le riempi volutamente la bocca di saliva. La ragazza lo lasciò fare. E anzi, dopo avergli sfilato la maglietta, si strinse ancor più al petto del giovane uomo accarezzandogli i biondissimi capelli. L’essere denudato un po’ da Roberta e le sue carezze lo fecero crollare. Sospirando iniziò a sborrare nelle mutandine. E contemporaneamente, oltre al petto, con violenza incollò anche il proprio ventre a quello di Roberta. Francesco aveva un pene grosso e lungo. La giovane donna, attraverso la sua gonna e i jeans lo sentì tutto e soprattutto lo senti pulsare violentemente. Intuì cosa fosse successo. Sapeva infatti che gli uomini quando vengono fanno pulsare il loro pene e producono una grande quantità di sperma. Mentre con gli occhi socchiusi Francesco continuava a gemere, con curiosità sbirciò l’enorme rigonfiamento che il maschio non riusciva a nascondere. Non vide macchie e ne fu sollevata. Molti li avevano visti appartarsi.
“Dai, ti prego, smettila – lo implorò Roberta – E se proprio non ce la fai, vai a casa… “ aggiunse pensando che anche lui potesse fare quello che anche lei, ogni tanto, sotto la doccia, faceva.
E, anche oggi, sotto la doccia, si era accarezzata. Il ricordo di Francesco che, da lei eccitato, viene nelle mutandine, l’aveva poi ancor più turbata… Ma il tempo era poco e il professor Silvestri la stava aspettando… Quindi, perizoma e reggiseno, jeans, maglietta e scarpe di ginnastica e via. L’aspettava, ne era certa, il vecchio trombone che l’avrebbe sicuramente aggredita per la sua ignoranza su Cesare, Cicerone e così via.
Il campanello era l’ultimo, in alto. Il professor Silvestri, come appurò subito Roberta, abitava infatti in una bellissima mansardina. Era graziosissima, il regno di un single. E la giovane donna, quando il professor Silvestri gli si mostrò di fronte e la invitò ad entrare non potè non provare un certo imbarazzo. Era un uomo infatti bellissimo. Quarant’anni, circa, capelli ricci, leggermente brizzolato, e con due occhi chiarissimi. Un’abbronzatura da invidiare, barba leggermente incolta, jeans e maglietta non poteva non turbare Roberta che iniziò infatti subito a farfugliare frasi leggermente sconnesse che avevano per argomento il suo vecchio e rimbecillito professor di latino. In realtà gli occhi azzurrissimi dell’uomo l’avevano mandata in confusione e, purtroppo per lei, lui stesso se ne era ben accorto E non ne nascondeva il compiacimento. Bello, sapeva di esserlo. E l’imbarazzo e il rossore della giovane donna lo divertiva.
“Raccontami, quali sono i suoi problemi.” esordi il professore.
“Non riesco a concentrarmi nelle traduzioni e sono un… disastro.” rispose subito Roberta per mitigare l’imbarazzo.
“Non penso che tu lo sia… Imparerai. Un po’ alla volta, vedrai, ti insegnerò a superare tutte le difficoltà che puoi incontrare.”
Lo disse con un tono della voce che poteva dar adito a tante interpretazioni ma, soprattutto, a tante fantasie di un certo tipo.
Roberta iniziò quindi a seguire le lezioni del professore. L’uomo le piaceva tantissimo, ma aveva il terrore a confessarselo. Figurarsi, quarant’anni, single, bellissimo, certamente non aveva bisogno di una diciottenne come lei, così inesperta e così poco disinibita… Chissà quali donne passavamo per quella mansarda che sapeva molto di alcova. E un giorno si scoprì, sotto la doccia, a pensare a lui, e le carezze furono particolari, sapienti… Ma intanto passavano le settimane. Il professor Silvestri era indubbiamente un bravo insegnante di latino. E i risultati si vedevano. I miglioramenti erano senza dubbio significativi.
Ma, dopo alcune settimane, si verificarono pure i primi incidenti di percorso. Un giorno arrivò leggermente in anticipo e incrociò una splendida donna che era appena uscita dalla mansarda del professore tutta affannata. Roberta entrò nell’appartamento.
“Arrivo subito – le urlò l’uomo – Sono sotto la doccia.”
Era evidente che il prof aveva appena finito di scopare la bionda con la quale si era quasi scontrata fuori della porta. Roberta si sedette di fronte alla scrivania e, casualmente si accorse che da quella posizione poteva intravedere l’ingresso del bagno e, soprattutto, il box doccia dove il prof si stava rigenerando. I vetri erano opachi, ma non troppo. E per la prima volta Roberta lo vide nudo. Non sapeva se lui si stesse accorgendo di essere spiato. Ma lei guardò, con piacere e attenzione. E si intravedeva tutto. Anche quella cosa che, a distanza, sembrava una piccola proboscide. L’uomo aveva effettivamente un pene di dimensioni veramente asinine. La porta del box si aprì, la giovane donna si ritrasse e finse di nulla. Ma la splendida visione, anche se offuscata, dello splendido corpo del professor la turbò e la tormentò per tante notti.
Passò una settimana. Quel pene asinino dell’uomo continuava a turbarla. Persino la scena della sborrata nei jeans del bel Francesco era diventata un lontano ricordo. Il tutto degenerò alcuni giorni dopo. Volutamente Roberta giunse nuovamente in anticipo. Suonò e il prof le aprì il cancello e la porta d’ingresso. Appena entrata Roberto sentì il professore.
“Roberta, aspetta di là perché sto finendo qui in camera da letto il programma del lettino abbronzante. Mi mancano ancora quindici minuti. Ma tu sei in anticipo…”
”Va bene prof – rispose Roberta – . L’aspetto qui seduta sul divano….”
E si sedette. Ma la mansarda era piccola e piena di specchi. E, per caso, dalla sua posizione, per uno strano gioco di riflessioni Roberta riuscì a vedere il prof mentre, disteso a ventre in giù sul letto stava finendo il programma di abbronzatura giornaliero. Era bellissimo, nudo. Abbronzantissimo, il culo rotondo e muscoloso. L’abbronzatura integrale impreziosiva il tutto. E poi, sempre con gli occhi socchiusi, lo vide girarsi. E. finalmente, riuscì a vedere quello che giorni prima aveva solo intravisto e che l’aveva tanto incuriosita. Il cazzo del professor Silvestri. Era enorme, anche se non le sembrava fosse in erezione. Non aveva mai visto una cosa del genere. L’aveva solo sfiorato, quello di Francesco. Scuro, era grosso e aveva una lunghezza di almeno venti centimetri. Rossa, quasi viola, una grossa cappella dava un aspetto ancora più equino al membro del maschio. Ma ciò che la impressionò furono quelli, i due suoi coglioni. Erano grigi, grandissimi, gonfi. Erano i giusti attributi di uno splendido maschio quarantenne.
Roberta ne rimase impressionata. Il tutto era grande, enorme. Lei non avrebbe mai potuto sopportare un coso del genere. La sua fighetta, vergine, non avrebbe mai potuto sopportare un membro di quelle dimensioni. Per non parlare poi di tutta quella roba che, alla fine, ne viene fuori… Sì, quella roba che gli uomini, quando raggiungono il loro orgasmo, fanno zampillare… Abbassò lo sguardo. E fu a quel punto che sentì la voce del prof.
“Tesoro – si sentì così chiamare per la prima volta – . Accidenti a questi specchi. Ma tu potevi anche dirmelo… Io non me ne sono accorto. E tu ti sei visto uno spettacolino molto carino, vero…?”
Roberta si sentì sprofondare. La vergogna le fece dire solamente un timido “Mi scusi, non volevo…”.
Il prof, passati ancora cinque minuti, si rivestì e raggiunse la ragazza di fronte alla scrivania.
“Oggi saltiamo la lezione. Visti i tuoi miglioramenti possiamo permettercelo. E poi, visto che siamo ormai così in confidenza – aggiunse con un tono provocatorio – possiamo parlare anche d’altro. Soprattutto perché tu sei una bellissima ragazza.”
“Va bene – rispose Roberta – . Non mi metta a disagio, però… Non sono abituata a parlare di certe cose, soprattutto con un uomo come lei…”
“Non eri per nulla imbarazzata prima, mi sembra…” le rispose secco il pro.
“Mi scusi, non volevo veramente disturbarla. Mi creda.” ripetè Roberta ben sapendo di non convincere l’uomo.
“Hai il ragazzo ? O per lo meno hai un uomo che rendi felice ? Mi capisci, vero ?” le chiese subito l’uomo.
“Sì. Anzi no… O per lo meno non come lo intende lei… Non ho, insomma, un uomo.” sussurrò Roberta, che ben aveva capito ormai il tipo di conversazione cui sarebbe stata sottoposta per punizione.
“Non fai l’amore ? E cosa fai allora con questi benedetti ragazzi ?”
“Nulla, o quasi nulla – ammise la ragazza – Mi piace tormentarli. Ma sono ragazzini, tutti miei coetanei. Sono come delle bestioline in calore. E io non sopporto essere trattata come una cavallina. Insomma, avrà capito, sono ancora vergine. In tanti hanno tentato, con le buone o con le cattive di farmi per lo meno partecipare… Qualcuno ha anche tentato di mettermelo in mano, il coso… Ma io non li ho accontentati e li ho costretti a recarsi al bagno… E l’idea che li avevo eccitati a tal punto da costringerli a fare quella roba mi quasi divertiva… Mi capisce, vero ?”
Il professore la interruppe.
“Ascolta, prima di continuare, ti devo far fare una cosa. Ti sei mai spogliata completamente davanti a un uomo ?”
“No, solamente dal medico – rispose preoccupata la bella Roberta  Mi vergogno. Ai vari ragazzi che ho conosciuto ho concesso solo il seno… Al mare uso il bikini, piccolissimo, ma completo… Non mi piace neppure il topless, perché non sopporto di mostrare le mie tettine a tutti. Non prendo quindi, a differenza di lei, neppure l’abbronzatura integrale, neanche nei centri fitness.”
“Ho capito , tesoro – la interruppe l’uomo – C’è sempre una prima volta. Tu mi ha spiato. Senza chiedermelo hai voluto vedermi come ero fatto. E ora lo voglio io, scoprirti. Spogliati. E non preoccuparti e non vergognarti. Per aiutarti, di nuovo, ti mostro anch’io il mio corpo.”
Così facendo si alzò, si sfilò lentamente davanti a Roberta l’accappatoio e si spaparanzò sul divano in attesa dello spogliarello della bella femmina che gli stava di fronte. La scena lo stava eccitando. Il suo membro iniziava infatti a mostrare una notevole erezione e aveva assunto dimensioni preoccupanti.
“La prego – piagnucolò Roberta, che aveva abbassato lo sguardo per non vedere lo spogliarello dell’uomo  Io non l’ho mai fatto. Mi vergogno. E poi, davanti a lei, un uomo di quarant’anni… Non oso pensare cosa potrebbe essere in grado di inventarsi. La prego… Non ho alcuna esperienza… Non sono come le donne che lei conosce.”
“Ho capito – la interruppe il prof – Tu vuoi che ti aiuti, vero ?”
La giovane donna diventò rossa in volto e il suo silenzio sembrò un permesso. L’uomo si alzò dal divano e si pose di fronte alla donna. E inizio a sfilarle la leggerissima gonnellina. Appena questa cadde Roberta con le mani tentò di coprirsi il pube. Il mini slip rosa di pizzo non riusciva infatti a nascondere quello c’era sotto. L’uomo sorrise per il buffo tentativo. Sbottonata la camicetta l’uomo la fece volare sul divano. E a questo punto tornò a sedersi. Voleva vedere Roberta in imbarazzo, con solo lo slip e il reggiseno addosso. “Ancora o basta così ?” chiese la ragazza.
Il prof non rispose e si alzò.
“La prego…” sussurrò la bella Roberta.
Ma non finì di dire che il reggiseno le fu slacciato e subito dopo l’uomo, piegatosi, le sfilò gli slip. Roberta serrò i pugni mentre il professore, inginocchiato le sfiorò con un bacio il suo bellissimo boschetto. Era nerissimo e riccioluto. Roberta, completamente nuda davanti all’uomo, iniziò a sospirare. Era bellissima, nuda. La fighetta era ben visibile e i nerissimi peli la imbellivano ancor più. Il piccolo triangolino nero era curatissimo e ciò dimostrava quanto Roberta fosse pronta ad offrire il suo sesso alla vista di un uomo. E infatti, ritta in piedi, guardando il prof che la fissava proprio lì si eccitò. Ancor più quando questi le intimò di raccogliersi con le dita i lunghi capelli neri dietro la nuca. Così facendo infatti fu costretta a esibirsi ulteriormente. E notò quanto l’uomo apprezzasse la sua figa. Il cazzo del professore aveva raggiunto infatti dimensioni asinine e la cappella era diventata viola.
“Sei bellissima.” le disse il prof.
“Posso andare, ora ?” chiese Roberta, imbarazzatssima in quella posizione.
“Sì, la prima lezione è finita. Spero che tu abbia capito che non sempre si può comandare. La prossima volta ti proporrò la seconda lezione. Se vorrai. Sei libera di finire qui la nostra serie di lezioni di recupero…”
Roberta se ne andò sbattendo la porta. Per due giorni e per due notti rivide la scena del bel professore che eccitato la spoglia e la ammira come nessun altro maschio aveva mai fatto. E rimanere nuda davanti a lui era stato molto piacevole… E ci sarebbe stata anche una seconda lezione, se l’avesse voluto. E aveva paura. Questa volta l’uomo, se si fosse presentata nella sua tana, non si sarebbe certamente limitato a mostrarsi e a volerla ammirare… Avrebbe voluto sicuramente qualcosa di più. Ma cosa ? La preoccupavano inoltre le dimensioni del sesso dell’uomo. E se avesse voluto possederla ? Era vergine ! Incularla ? Non ne se parla nemmeno, l’avrebbe sfondata ! Forse avrebbe voluto solamente farla lavorare. Ma come ? Sapeva benissimo come si poteva far venir un ragazzo di diciotto anni. Ma un uomo di quarant’anni è ben diverso. Cosa avrebbe voluto che facesse in particolare per farlo venire. E poi quei coglioni, grigi, enormi, pesanti e pieni di quella roba lì… Lei non l’aveva mai vista e men che meno assaporata. Delle amiche però le avevano confessato che lo sperma dei loro ragazzi che erano state costrette a gustare era bollente, aspro e attaccaticcio. Ed era sperma di ragazzi giovani. Ben diverso, riteneva, era la sborra di quello splendido quarantenne. E se l’avesse costretta a fargli una sega o un pompino ? E se l’avesse obbligata a bere ? Fino ad ora era riuscita sempre ad evitarlo… Ma questa volta difficilmente sarebbe potuta scappare. E se andava nella tana del lupo, avrebbe significato che era pronta ad accettare tutto. Ma proprio tutto…
Alle quattro del pomeriggio di due giorni dopo Roberta fece suonare il campanello della mansardina del professore.
“Sali !” si sentì dire.
Trovò la porta d’ingresso socchiusa.
“Vieni pure avanti, sono nella camera da letto.” la invitò il professore.
“E’ già li ? Non perde tempo, lei !” esclamò la giovane donna.
Aperta lentamente la porta si trovò di fronte uno spettacolo per lo meno inquietante. L’uomo era completamente nudo, sdraiato a gambe larghe, in una posizione oscena. In bella vista, ai piedi del letto, dei lacci indubbiamente inquietanti. Roberta pensò di scappare. Invece rimase lì, immobile, come fosse in attesa di ordini. Che puntualmente giunsero, decisi e senza alcuna possibilità di replica.
“Levati tutto quello che hai addosso e inginocchiati tra le mie gambe. Devi incominciare a conoscere il profumo di un maschio. O, meglio, il profumo che ha il cazzo di un uomo.”
“Non così, la prego – replicò per l’ultima volta Roberta – Un po’ di dolcezza…”
L’uomo non replicò ma fece intendere alla giovane donna che non c’era più tempo. In pochi secondi infatti Roberta si spogliò. Si inginocchiò sul bordo del letto. Rimase lì immobile per qualche secondo. Poi, lentamente, si trascinò, sempre sulle ginocchia, fino a dove doveva andare. Quando raggiunse la posizione voluta l’uomo serrò le gambe e bloccò la donna con una presa ferrea. Ecco, era prigioniera. Lo sapeva ed era piacevolmente rassegnata.
“Brava – le disse il prof – E adesso, con le dita di tutte e due le mani, inizia ad accarezzarmi tutto. Inizia dalle palle, e poi lentamente salì, fin su, fin sulla cappella. Non preoccuparti se vedrai uscire qualche gocciolina… L’orgasmo vero, quello che vedrai dopo, deciderò io quando raggiungerlo. E dopo le carezze, sempre con tutte e due le mani potrai iniziare a farmi una sega. Devi prima scappellarmi tutto e poi iniziare un bellissimo su e giù. E sarà molto piacevole sentire il tuo cambio di ritmo. Prima lenta, poi veloce. Saprai farla, vero, questa bellissima sega ? Anche se non lo hai mai fatto, te l’avranno raccontato le amiche, o l’avrai visto fare al cinema…”
“Sì, una volta. Un ragazzo, ingannandomi, mi portò al cinema a vedere un film porno. E dovetti sorbirmi tutte quelle robe lì… Poi voleva, il ragazzo, che anch’io, sulla poltroncina del cinema, imitassi l’attrice. E tirò fuori il coso, convinto che gli facessi il lavoretto. Io neppure lo guardai e lo lascia lì… da solo. ‘Almeno guardami mentre mi faccio da solo la sega che dovresti farmi tu’ mi rimproverò. Io mi girai invece dall’altra parte. Lo sentì ben presto ansimare e, poi, il rumore degli schizzi di quella robaccia che andavano sbattere sulla poltroncina davanti… Usciti dal cinema. Non gli parlai più. E non volli più vederlo”.
“Forse quella volta non eri ancora pronta. Oggi lo sei, Roberta. E sei, ora, nel mio letto, una bellissima femmina che deve far sborrare il maschio che ha davanti. Coraggio, mostrami quanto sei brava !”
A quelle parole Roberta divenne rossa rossa, socchiuse gli occhi e si piegò leggermente in avanti. Con entrambe le mani, ubbidendo al comando dell’uomo, raccolse tra le dita i due coglioni. Per la prima volta sentì tra le sue mani, il sesso di un maschio. Le due palle, grigie e rugose, erano calde, enormi e soprattutto pesanti perché piene. Immaginava benissimo di cosa.
“Vado bene così, amore ? – chiese già trasognante Roberta Ti piace?”
“Sei bravissima tesoro, continua così – le rispose il prof – Ora puoi iniziare anche ad accarezzare il resto.”
Incoraggiata, Roberta risalì lentamente la lunghissima e grossa asta dell’uomo. Era bellissima, Roberta. E al prof piaceva guardarla da vicino, studiandola. E presto la giovane donna raggiunse la cappella. Era rossa. E divenne prestissimo quasi viola. E improvvisamente senti le punte delle sue dita inumidirsi. Eccole. Le due goccioline di sperma, le prime due goccioline di maschio che sentiva, si attaccarono sui polpastrelli e sulle unghie delle dita. Erano bollenti e appiccicose. E, contemporaneamente, senza volerlo, lei stessa, venne travolta dal piacere. Sospirò e sentì il suo umore uscire dalla sua fighetta e bagnarle l’interno delle cosce. Anche il prof se ne accorse.
“Godi, Roberta, godi. Perché tra poco farai godere anche me. Sei una grande femmina. Calda e appassionata. Continua, puoi iniziare anche a segarmi se vuoi. Su e giù, come vuoi, lentamente. Poi, quando vuoi farmi venire, aumenta il ritmo. Vedrai, ti piacerà. E ti piacerà soprattutto, quando vedrai i primi fiotti del mio sperma, raccoglierlo tutto nelle mani. Ti piacerà sentirlo tuo, il mio seme.”
Queste parole eccitarono ancor più Roberta che iniziò il lento movimento lungo tutta l’asta del cazzo dell’uomo. Le piaceva scappellarlo completamente, fino quasi a fargli male, e scendere giù con le dita fin giù, fin quasi all’attaccatura del pube. Il prof era ormai allo stremo. Anche lei godeva senza sosta, senza più alcun ritegno. Il suo miele colava lungo le cosce e lasciava traccia ben visibile sul lenzuolo.
“Fammi sborrare, ora! – le intimò l’uomo che non voleva più trattenersi – Voglio riempirti le mani. Cattura tutti gli schizzi che puoi. Ti piacerà…”
E Roberta dovette ubbidire. Per la prima volta in vita sua doveva far sborrare il cazzo che gli stava davanti. Iniziò velocemente ad andare su e giù con tutte e due le mani. Il cazzo le se gonfiò ancor più in mano, la cappella era divenuta marrone. Ma l’uomo non veniva. Anzi, vedendola così impegnata, le sorrideva con gli occhi socchiusi.
“Dai, ti prego, vieni. Va bene, metterò sopra le mani, così raccoglierò tutto.. Ma vieni, sono stanchissima.”
“E’ bellissimo e sei bravissima. Adesso vengo…”
E infatti il primo schizzo caldo e pesante inondò la mano di Roberta la quale si precipitò a coprire anche con l’altra mano la cappella che stava esplodendo e schizzando in continuazione. In pochi secondi le mani le si riempirono della sborra del professor Silvestri. E il cazzo continuava a pulsargli nella mano. Era bellissimo. Aveva fatto sborrare in quel modo il primo uomo della sua vita. Finalmente gli schizzi cessarono. Roberta alzò le mani piena di sperma al cielo a dimostrazione di come aveva ubbidito ai desideri dell’uomo. Le avvicinò al viso, per guardare da vicino la sborra del prof. Era bianca e non aveva proprio un bell’odore. Iniziò quindi a muovere contemporaneamente tutte le dita, perché attaccaticce. Tutta la stanza era invasa dall’odore di sperma.
“Che puzza ! Non l’avete proprio profumata… – rimproverò Roberta l’uomo – Ora capisco perché noi donne, anche se ci piace fare certe cose, poi, alla fine, scappiamo !”
“Tu proprio non scappi – la interruppe il prof – La tua prestazione non è finita.”
“Cosa vuole dire – subito esclamò preoccupata la bella Roberta – Ha ottenuto da me quello che nessun uomo prima aveva mai ottenuto. E più di questo non posso… Lo sa, glielo ho già detto, sono vergine. E soprattutto, la prego, non sono protetta… Non posso ! Non mi vorrà mica ingravidare ! E poi, mi scusi, mi sembra che si sia già ben sfogato !”
“Non ti preoccupare. Volevo vederti nuda e tu mi ha concesso la visione della tua bellissima fighetta. Non sarebbe giusto che ti violassi senza che tu lo volessi. Mi hai regalato una bellissima sega e hai voluto mostrarmi tutto il tuo apprezzamento per il mio sperma. Ma voi donne sapete fare tante altre belle cose. Se poi le fa una donna che non le ha mai fatte per l’uomo che ne assapora la primizia è un delirio di piacere.”
“Ti prego, basta. Mi fai paura – urlò quasi Roberta sinceramente preoccupata vedendo l’uomo avvicinarsi ai lacci che aveva visto ai piedi del letto – Cosa vorresti che facessi, ancora…”
“Ha mai sentito parlare di bondage ?- le chiese l’uomo – E’ un altro raffinatissimo modo di godere di molte coppie molto disinibite e affiatate.”
“No, ti prego – lo interruppe la ragazza iniziando a intuire – Vuoi farmi sentire come una schiava o come una cavalla in calore !”
“E’ vero, ma se accetterai godrai tanto perché sei una femmina a cui piace godere, tanto e senza ritegno. Me ne sono accorto, sai.”
“E cosa dovrei fare, cosa c’entrano quei lacci ?”
“Amore, adesso tu verrai al mio posto sul letto e ti inginocchierai. Con questi lacci fissati dietro di te alla struttura del letto, dolcemente ti immobilizzerò da dietro tirandoti leggermente sia le caviglie che i polsi che pure ti legherò. Se non vuoi vedere ti posso anche bendare. Ma sono certo che non lo vorrai. Assumerai così per me una bellissima posizione. Infatti io approfittando del fatto che tu sei legata e sei costretta a subire, salirò anch’io sul letto e ti chiederò di amare il mio cazzo con la bocca. Dovrai prima con la lingua pulirlo per bene, poi dovrai fare una cosa che non hai mai fatto. Dovrai spompinarmi. Lo so, non lo hai mai fatto. Ma vedrai, ti piacerà. Il sapere di doverti insegnare a fare una cosa che non hai mai fatto a nessun altro uomo mi eccita. Così sarai capace di ricreare un’altra mia bellissima erezione. Che sarà tutta tua. E poi, alla fine… beh la fine te la puoi immaginare… Sappi che tutto ciò le donne che vengono spesso a trovarmi qui lo fanno sempre e ben volentieri. E non glielo chiedo io. Ma soprattutto, alla fine, vogliono bere tutto, avidamente. Oh sì, dicono sempre che è puzzolente e che ha un sapore nauseabondo, ma, alla fine, poi, non si sono mai tirate indietro. Anzi…”
Roberta rimase a lungo in silenzio sempre osservando il professore che disteso sul letto con il cazzo ancora gocciolante la guardava con un sorrisetto enigmatico. Poi, quasi di scatto, risalì sul letto.
“Dovrai aiutarmi. Fai tutto tu. Mi metto nelle tue mani ma sappi che non so farlo. Oggi, per la prima volta, ho masturbato un uomo. Ora mi chiedi, oltre a tutto il resto, anche di succhiargli il pene e di berne lo sperma. Vomiterò !” Ma mentre esprimeva questi suoi dubbi, contemporaneamente offriva i polsi e le caviglie ai lacci che l’uomo aveva già fissato alle estremità del letto, dietro la schiena della donna. Immobilizzata, il prof tirò le brevi cordicelle. Roberta si ritrovò così inginocchiata sul letto, con le braccia e le gambe tirate all’indietro e con il ventre, le tettine e il volto tutti protesi invece in avanti. Una posizione eccitante al massimo.
“Vuoi che ti bendi ?” chiese l’uomo.
“No, voglio vederti” le rispose Roberta.
Il prof salì sul letto. Si avvicinò alla preda e le schiacciò il suo ventre sul volto. Allargò leggermente le gambe e dolcemente sollevò il volto di Roberta che, in un istintivo momento di pudore, aveva abbassato. Ecco la posizione era ora perfetta. Il pene dell’uomo, che assomigliava a una piccola proboscide, si appoggiava sulle labbra della donna completamente immobilizzata.
“Bene, amore, puoi iniziare a pulirmelo con la lingua. Cosi facendo avrai la soddisfazione di risvegliarlo e vederlo rizzarsi e prepararsi per il gran finale.”
“Ma è enorme – si lamentò subito Roberta – E poi è ancora gocciolante e puzza. Non mi piace. Ci impiegherò tantissimo tempo per farlo rizzare…” Ma intanto sentiva già la sua fighetta inumidirsi.
“Sì, è vero, ci vorrà un po’ di pazienza. Ma vedrai che gli effetti si vedranno presto.”
E Roberta, in silenzio, estrasse la lingua, la appuntì e iniziò a insalivare tutto il cazzo del professore. Pensava che per iniziare fosse la cosa migliore. La preoccupava l’idea che, prima o poi, avrebbe dovuto anche spalancare la bocca e farsi penetrare da quell’enorme verga di carne pulsante. Ma forse, pensava, fare il pompino al professor Silvestri, quello che aveva voluto veder nudo sotto la doccia e sotto le lampada Uva, o quello che aveva appena finito di segare, le sarebbe piaciuto. Un po’ meno le piaceva come era costretta a farlo e soprattutto il gran finale al quale, dopo, sarebbe stata costretta.
“Ora, spalanca la bocca più possibile e prendilo tutto in bocca ! – le ordinò l’uomo – E vai su e giù, fallo entrare fino in fondo alla gola. E con la lingua, pure, divertiti, fingi di leccare un grosso gelato alla crema. Vedrai, ti piacerà…”
Roberta ubbidì puntando i suoi occhi in quelli del professore che cominciavano sempre più a socchiudersi.
“Ma è enorme, non ce la faccio a prenderlo tutto… – si lamentò la giovane donna – Mi fa vomitare… E poi legata come sono non riesco a muovermi ed aiutarmi per prenderlo…”
Ma intanto leccava e con la lingua appuntita tormentava la fessurina da dove pensava sarebbero usciti i fiotti di quella roba li… Il membro dell’uomo intanto si era nuovamente ingigantito a dismisura e le riempiva tutta la bocca e la gola. Faceva fatica a respirare. E intanto anche lei si bagnava. Non riusciva più a nascondere il piacere che provava a spompinare quel bellissimo maschio che le stava gemendo davanti. La preoccupava però il gonfiore di quelle due enormi palle che sentiva sbattere sul suo bel visetto.
“Sei bravissima. Ma ora lascia che ti scopi la bocca…”, disse l’uomo.
Roberta non capì ma lasciò fare. E l’uomo così iniziò, con una certa violenza, a stantuffare con il cazzo dentro la sua bocca. E Roberta temette che il gran momento fosse ormai giunto. Lo intuì in particolare quando si sentì bloccare il volto da una stretta presa delle mani dell’uomo. Non poteva più scappare. “Adesso vengo… Bevi, bevi tutto !” urlo il prof.
Roberta cercò di muoversi in un tentativo goffo di salvare la bocca. Non ci riuscì e sentì i primi fiotti di un caldissimo liquido scenderle nella gola. Era lo sperma dell’uomo che la inondava. Sentiva che stava per vomitare. L’uomo estrasse per un attimo il cazzo. Voleva anche umiliare Roberta schizzandole sul bel volto. E così gli schizzi colpirono gli occhi azzurri, il naso, le labbra e anche i bellissimi capelli neri. Il viso di Roberta era diventato una maschera piena di sborra.
“Oh no, almeno questo no… – si lamentò la giovane donna – Non hai pietà.”
“O si – le rispose l’uomo – voglio solo farti capire cosa volevano farti tutti quei ragazzini che hai costretto, dopo esserti tu stessa divertita, a farsi le seghe da soli ! Non hai avuto tu pietà di loro ! Io li sto solo un po‘ vendicando.”
Per gli ultimi schizzi risospinse il membro tra le labbra della donna. Anche la bocca fu quindi riempita di nuovo. E Roberta conobbe così anche l’odore acre della sborra dell’uomo.
Svuotatosi, senza parole, il prof scivolò giù dal letto e si gettò sotto la doccia. Gli piaceva l’idea di lasciare Roberta immobilizzata, sporca del suo sperma, in mezzo al letto. Sapeva che era ovviamente imbarazzata. Aveva buttato già tutto, ma lo sperma continuava a colarle sul volto. Anche le tettine erano state raggiunte dal bianchissimo liquido seminale dell’uomo.
“Ti piace vedermi così, vero? – gli chiese quando l’uomo, rigenerato dalla doccia, ritornò nella camera da letto – Ti piace, vero, vedermi nuda, legata e ricoperta tutta della tua robaccia. Che puzza, per giunta ! Slegami ora, ti prego. E poi fammi sentire donna, invece che cavallina… Se vuoi, puoi, facendo attenzione…”
Roberta chiedeva di essere chiavata, anzi sverginata.
Il prof sorrise. Liberò dai lacci Roberta. Poi si levò l’accappatoio e si distese in silenzio in mezzo al letto. Si offriva ai desideri della donna. Questa si adagiò al fianco del maschio e iniziò, senza proferir parola, un lunghissimo e dolcissimo pompino. E lo accompagnava con le dita, a languide carezze sul pube e sul petto.
“Ce l’hai di nuovo in piena forma – gli disse soddisfatta dopo qualche minuto – Tutto merito mio, questa volta. Ho imparato bene, vero ? Mi raccomando. Stai attento. Non venirmi dentro, assolutamente… Non ho dubbi, però sulla tua fantasia…”
E si impalò, bruscamente. Era infatti già tutta bagnata e aveva deciso di perdere in quel modo la verginità. Il cazzo entrò tutto, in profondità, superando tutti gli ostacoli. Era stata prepotente. E Roberta iniziò a cavalcare freneticamente. Voleva prenderselo tutto, il cazzo. Ma le sorprese, per lei, non erano finite. A un certo punto il prof si svincolò e senza dir nulla con le braccia rivoltò la donna. Le sollevò quindi il bellissimo culetto. Roberta non lo sapeva, ma aveva assunto una splendida posizione. Alla pecorina.
“Cosa fai ? Cosa vuoi adesso ? – chiese al quanto preoccupata – Non vorrai mica anche quello… Ce l’hai troppo grande !”
“Sì, voglio il culetto. E’ troppo bello. E così potrò ancora riempirti di sperma, nell’intestino però, come volevi tu… Non ti farò troppo male,,,”
“Oh noo…” sospirò supplichevole Roberta che cominciò a dimenarsi. Ma il prof, repentinamente, la bloccò e con un unico affondo le sfondò il buchino dello splendido culetto che, deflorato, rimase immobile e facilitò la penetrazione. “Mi hai fatto male – disse la giovane donna mentre si sgrillettava violentemente nel tentativo di lenire il dolore con un ennesimo orgasmo – Potevi almeno essere un po’ più dolce ed aiutarmi in qualche modo. Era troppo grosso. Ho sentito poi che certi usano un po’ di burro…”
Ma non aveva finito di dire che sentì, ancora una volta, l’uomo scaricare tutto se stesso nel suo intestino. E intanto l’uomo continuava però a spingere e nonostante la sborra che le scorreva dentro l’enorme cappella del prof continuava a farle male… Ma ormai era tutto finito. L’uomo la baciò a suggello di quello che c’era stato.
Non si sarebbero più rivisti.
Il professor Silvestri risenti la bella Roberta un mese dopo. Era in montagna. Aveva potuto infatti partecipare alla settimana bianca con la sua classe. Gli confessò che la notte prima aveva regalato tutta se stessa, finalmente, a Francesco, il bel biondino suo compagno di classe. Era stato un ottimo stallone, il ragazzino. Come aveva previsto aveva un gran bel cazzo. L’aveva fatto sborrare tre volte e lui l’aveva riempita dappertutto. Era impazzito dal piacere e, naturalmente, non si era accorto che un altro uomo l’aveva già violata in tutti i suoi buchini. Infatti, il poter farsi spompinare dalla bellissima Roberta nel cesso dell’albergo e poter alla fine far zampillare il suo sperma nella bocca della più bella della classe gli era bastato…
Ma in quella settimana Francesco non fu l’unico. Il professor di ginnastica era troppo bello. Perché no ? Roberta aveva ormai imparato alla perfezione la lezione !
Il piccolo panfilo, lentamente e silenziosamente, si infilò nella profonda insenatura che la splendida costa dalmata gli offriva come rifugio. Dopo dieci ore di navigazione Giuseppe era alla ricerca di un posto tranquillo dove poter gettare l’ancora. Voleva infatti godersi, in solitudine e in intimità, una settimana di totale relax. Non era infatti solo: con lui, infatti, in quel momento addormentata sotto coperta, c’era la sua splendida fidanzata. Ornella, così si chiamava la giovane donna, l’aveva seguito in quella crociera solo dopo che Giuseppe le aveva promesso tanto sole e tanto mare, nessuna imbarcazione nelle vicinanze per evitare i soliti sguardi indiscreti, nessuno schiamazzo di invadenti villeggianti e totale rilassamento.
Quella baia sembrava proprio soddisfare tutti questi desideri. L’ingresso dell’insenatura era infatti celato da una folta vegetazione e da un naturale faraglione: improbabile quindi l’arrivo di altre imbarcazioni nella piccola baia che a sorpresa si allargava appena varcata e aggirata la soglia dell’insenatura. Inoltre lo specchio d’acqua era incorniciato per tutta la sua larghezza da una costa rocciosa alta e ripida che quindi escludeva spiagge raggiungibili da terra. Era perfetta. Fermati i motori al centro della baia Giuseppe buttò l’ancora. Il rumore dell’ancora che entrava nel mare cristallino svegliò Ornella che raggiunse il suo uomo sul ponte. Era bellissima. Alta, lunghi capelli corvini, enormi occhi azzurri, corpo stupendo, la giovane donna offriva una visione da sogno. Le lunghe gambe affusolate erano coperte a fatica dalla camicia da uomo che usava sempre in barca durante il sonno notturno. L’unico bottone agganciato non poteva però non lasciare scoperte le splendide forme che venivano ulteriormente esaltate dai pizzi e dalla seta del piccolo reggiseno e della ancor più microscopiche mutandine che la donna indossava.
“Amore, dove siamo ?” chiese ancora assonnata.
“Siamo arrivati in un piccolo paradiso. – rispose Giuseppe – Abbiamo superato Dubrovnik e il confine croato da un bel pezzo e penso che siamo già arrivati in Albania.”
“Addirittura! Non pensi di essere sceso troppo a sud ? L’Albania, e i suoi abitanti mi inquietano un po’. – replicò la donna – Ho sentito di una brutta avventura passata tempo fa proprie in queste acque da una coppia di turisti milanesi… “
”Ma no, amore. – rispose rassicurante Giuseppe – .I tempi sono passati. Anche gli albanesi si sono evoluti…”
Curato ulteriormente l’ormeggio e preparata l’imbarcazione alla sosta, Giuseppe potè finalmente dedicarsi a quello che era il suo passatempo preferito. Prendere il sole sdraiato su uno dei due lettini prendisole che già aveva posizionato sul ponte della barca. Il sole era già alto ed era ansioso di sentire sulla pelle il calore dei suoi raggi. Per meglio assaporare quel tanto atteso momento decise, come spesso faceva, di liberarsi di tutti gli indumenti.
“Ornella, non ti dà fastidio se prendo il sole come piace a me, vero ?” chiese l’uomo alla donna sapendo che questa, invece, non amava mostrarsi completamente nuda al di fuori della propria camera da letto.
“No, amore. Sei però sempre il solito… maialino. Appena puoi ti piace esibirti, sapendo che questo ancora mi imbarazza soprattutto se siamo in barca. Non siamo neppure ancora sposati… Io, lo sai, anche per questo il sole preferisco prenderlo con il mio piccolo bikini. Non mi metto mai nuda poi perché ho sempre paura che qualcuno, magari da terra o da una imbarcazione vicina, mi possa spiare…”
“Ma dai. – l’interruppe sorridendo l’uomo – Non vedi che non c’è segno di vita a terra e, per di più, ho scelto questa baia proprio perché non è visibile dal largo e quindi non è raggiungibile da altre barche di turisti.”
S’interruppe e si levò gli slip. Liberò così il gran bel cazzo che sempre turbava Ornella e si sdraiò sul lettino incurante del rossore che assalì la fidanzata.
Dopo un paio d’ore, anche la donna sentì il desiderio di curare la propria abbronzatura. Si avvicinò quindi al suo uomo e si adagiò a sua volta sul proprio lettino. La giornata era stupenda. Il sole, altissimo,surriscaldava la pelle della donna.
“Fa proprio caldo. – disse Ornella – .Devo assolutamente fare un bagno !”
“Vai tranquilla. – rispose Giuseppe – Sappi comunque che dopo dovrai fare quella cosa…”
“Sei sempre il solito… – sussurrò Ornella – .Vedremo…”
Detto ciò si tuffò nelle splendide acque. Risalita, dopo essersi asciugata sotto i violenti raggi del sole, diede i primi segni di insofferenza.
“Amore, ho deciso di prendere un po’ di sole anche sul seno. Il posto è veramente isolato e non ci sono scocciatori !”
“Ma perché me lo chiedi. – rispose Giuseppe – Anzi, se ti fa piacere, il sole lo puoi prendere, per me, anche senza quegli inutili minislip…”
“No, amore, lo sai come sono fatta. Non me la sento. Mi puoi chiedere altre cose, ma non questo.”
”Va bene – concluse l’uomo fingendosi indispettito – Questo però non vuol dire che non sia giunto il momento di mostrarmi quanto tu sia brava…”
”Non cambi mai !” rispose fingendosi indispettita la donna.
S’alzò e andò a prendere l’abbronzante. Sapeva quello che doveva fare e soprattutto sapeva come sarebbe andata a finire anche questa volta. L’idea, ovviamente, non le dispiaceva affatto ma le piaceva fare la sostenuta.
In attesa di Ornella l’uomo si pose supinamente sul lettino. Socchiuse gli occhi e iniziò a sognare le abili mani della donna che fra poco, per cospargere l’abbronzante, avrebbe accarezzato tutto il suo corpo. Ornella in questa operazione era eccezionale. Il solo pensiero ebbe comunque l’effetto di eccitare a dismisura Giuseppe. Il pene si ingrossò a tal punto da premere dolorosamente sul ventre. Per fortuna la posizione supina sul lettino gli evitava di smascherarsi così presto.
“Sono qui. Posso iniziare ?” chiese Ornella che, seppure eccitata, non riusciva mai a nascondere un certo imbarazzo.
“Certo, amore, come solo tu sai fare…”
La giovane donna, con i due splendidi seni al vento, iniziò quindi ad accarezzare con le mani unte dal profumatissimo abbronzante tutto il corpo nudo di Giuseppe. Le sue dita si infilarono dappertutto e i fremiti che il corpo del maschio non riusciva a trattenere eccitavano la donna. E l’eccitazione non potè più essere nascosta quando la donna chiese all’uomo di girarsi. La visione del pene del suo uomo in piena erezione e la supplica che subito lui le rivolse per un suo amoroso intervento la fece sospirare. Ornella sapeva benissimo cosa doveva fare ma, prima, voleva divertirsi cospargendo con il profumato olio abbronzante tutto il corpo del suo maschio, anche lì…Così facendo, come sempre, l’avrebbe fatto impazzire dal piacere. Le carezze sempre più lente partirono dai pettorali. Poi le sue attenzioni passarono alle muscolose gambe, dopo aver sorvolato con finta noncuranza la parte del corpo di Giuseppe che solo alla fine avrebbe avuto il piacere di toccare, accarezzare e, perché no, forse anche baciare.
“Eccomi, amore. Adesso finisco il massaggio. Lo so cosa devo fare. Devi avere solo un po’ di pazienza. E, soprattutto, come sai, dovrai avvisarmi prima di… Ti prego, lo sai che non sopporto l’odore e il sapore di quella cosa…”
Fatta la raccomandazione assaltò con tutte e due le mani il cazzo di Giuseppe. Al massaggio subentrò una lentissima e dolcissima masturbazione. Giuseppe stava impazzendo dal piacere. Ad Ornella piaceva segare il suo uomo. Le piaceva vedere il cazzo ingrossarsi sempre di più e la cappella diventare sempre più rossa. E le piaceva soprattutto tenere il maschio sempre sul punto della capitolazione… E anche questa volta con la sua lenta, dolcissima sega volle portare Giuseppe a una tale eccitazione da costringerlo a supplicarla di farlo sborrare. E solo quando vide la cappella inumidirsi e il suo uomo ansimare, si decise di avvicinare la sue labbra al cazzo. Sapeva benissimo che l’uomo avrebbe resistito solo pochi secondi.
“Amore, adesso ti farò quello che a te piace di più. Mi raccomando…” E iniziò a spompinare Giuseppe che trasalì.
Ornella divorò tutto il lungo e grosso cazzo del suo uomo. Con la lingua tormentava la cappella e alternava salite e discese lungo tutta la canna del pene. Particolarmente eccitata baciò e leccò pure i testicoli che sentiva pieni di sperma. Ma riprese ben presto con la bocca il dolce su e giù. E, in certi momenti, accolto tra le calde labbra tutto il cazzo si bloccava, con la bocca piena del sesso del suo uomo. Era quello il momento più difficile per Giuseppe. Ornella pensò bene, in uno di questi momenti in cui la sua bocca era riempita da tutto il sesso di Giuseppe, di soffiare. Giuseppe crollò e sentì che il suo cazzo stava per esplodere. Ricordò le raccomandazioni di Ornella e urlò.
“Sborro, scappa…”
La donna riuscì appena a ritirarsi che una enorme sborrata inondò il suo volto. Non le dava fastidio sentire sul viso il caldo sperma del suo uomo. Non sopportava berlo. E mentre Giuseppe continuava con i suoi fiotti di sborra a inondare il suo bel volto, con i suoi enormi occhi azzurri fissava il volto estasiato dell’uomo.
“Mi hai riempito di nuovo di sborra, come volevi tu. Stanotte, però, mi dovrai riempire di nuovo, come lo voglio io, però. Sono tutta bagnata, ma l’orgasmo lo vorrò avere con il tuo cazzo nella mia figa. Ti aspetto a letto, stanotte.”.
Così fu. Giuseppe volle ringraziare Ornella stantuffandola per oltre un’ora. Anche il buchino del suo splendido culetto fu penetrato più volte. La sborrata in figa che concluse l’amplesso la riempì tutta e la soddisfò. La giovane donna ringraziò il suo uomo e gli promise che il giorno dopo sarebbe stata forse ancora più disinibita, come a lui piaceva.
Il sole riempiva già la cabina dove Ornella, dopo la movimentata notte, dormiva questa volta completamente nuda. E così, poco dopo, si presentò sul ponte della barca dove Giuseppe già stava godendosi i caldi raggi del sole.
“Voglio fare un bagno.” disse la donna.
Un tuffo e il mare accolse la splendida femmina. Risalì presto in barca e il suo corpo nudo eccitò per l’ennesima volta Giuseppe. La figa, con il suo curatissimo pelo nerissimo, gli fu offerta in tutto il suo splendore, come pure i due splendidi seni dove i due grandi capezzoli sembravano chiedere lunghi baci e carezze. Ornella era una donna bellissima e nuda faceva perdere la testa a Giuseppe. “Oggi mi sento strana. – disse la donna – La pace che regna qui e la sicurezza di non essere vista da nessuno mi fanno venir la voglia di prendere il sole nuda, come piace a te.”
“Finalmente ! – rispose Giuseppe – Potrai raccontarlo anche alle amiche che, conoscendoti, non ti crederanno !”
La splendida donna, lentamente, si sdraiò sul lettino. La posizione assunta, con il culetto leggermente rialzato, eccitava a dismisura l’uomo che iniziò immediatamente a masturbarsi.
“Oh no. Non dirmi che il solo vedermi nuda ti eccita a tal punto !”
“Sì. – rispose ansimante Giuseppe – mi basta che tu, mentre mi faccio la sega, mi guardi con i tuoi splendidi occhi azzurri.”
”Se proprio lo vuoi…” sussurrò Ornella che offrì all’uomo la visione del suo corpo nudo e il suo sguardo eccitato. Giuseppe impiegò pochi secondi. La pioggia di sperma, violenta, si sparse sulla schiena e sul culetto della donna che accettò sorridendo l’estemporanea sborrata del suo uomo.
“Sei sempre il solito. Se non mi riempi di sperma ogni quattro ore non sei contento !” – lo rimproverò amorevolmente Ornella.
Si girò sul lettino e decise di fare un riposino, mentre i raggi del sole le baciavano la figa nerissima e i due splendidi abbronzantissimi seni, dove le due bianchissime e piccolissime striscioline ricordavano il reggiseno che l’aveva sempre protetta dal sole e dagli sguardi indiscreti. Giuseppe la imitò.
“Amore, ti prego, svegliati. Presto. Chi sono ?”
Ornella, mentre Giuseppe dormiva, si era svegliata di soprassalto e le aveva viste, immobili, all’imbocco della baia.
“Mi sembra siano due grossi barconi da pesca…” le rispose Giuseppe cercando di tranquillizzarla.
Col cannocchiale cercò di distinguere i due vessilli che sventolavano sull’albero più alto delle due imbarcazioni.
“Sono albanesi, ma non mi sembra abbiano intenzione di avvicinarsi.” aggiunse mentre Ornella, precipitosamente, si infilava gli slip e si allacciava il reggiseno.
“Amore, non sono tranquilla. Cosa possiamo fare ?”
“Nulla, ora. Speriamo che riprendano il largo e continuino con la loro pesca.”
Neanche l’uomo era però tranquillo. E la preoccupazione si trasformò in paura quando vide che una delle due imbarcazioni iniziò a muoversi in direzione del loro panfilo lasciando l’altro barcone immobile in una posizione che assomigliava molto a quella della sentinella. E la paura si trasformò in terrore quando vide ammainare sull’albero dell’imbarcazione la bandiera albanese e subito dopo alzarsi un vessillo che ben conosceva, quello nero dei pirati. Giuseppe non era armato e non fece in tempo a scendere sottocoperta per tentare un’improbabile richiesta di aiuto via radio. Il barcone aveva già affiancato il panfilo e i mitra spianati di tre uomini e di una donna gli fecero capire l’inutilità di qualsiasi resistenza.
“Amore, ti prego, scappiamo.” implorò la giovane donna.
“E’ troppo tardi, ormai. – le rispose Giuseppe – Spero di convincerli sul magro bottino che potrebbero ricavare da questo abbordaggio.”
In un perfetto italiano fu la donna pirata a parlare per prima.
“Faremo presto. Dipende molto da voi e dalla vostra, diciamo, collaborazione. Vi lasceremo la barca e la possibilità di tornarvene a casa solo dopo la consegna di tutto quello che avete di prezioso. Su una barca del genere non devono mancare il denaro e gli oggetti di valore. Tu ad esempio, oltre al bellissimo cazzo che mi stai sfrontatamente esibendo, hai uno stupendo anello. Sarà mio. E la tua donna vorrà regalarci i suoi splendidi gioielli che sicuramente tiene sottocoperta !”
Giuseppe, che a differenza di Ornella era rimasto nudo, rispose alla donna che non avevano con sé molto denaro e soprattutto non avevano particolari oggetti preziosi. Non fece in tempo a finire che uno dei tre uomini lo colpì violentemente alla testa con il calcio del mitra. Giuseppe svenne mentre Ornella iniziò a urlare implorando i quattro a lasciarli in pace, ciò che il suo uomo aveva detto era vero. Gli uomini risposero con preoccupanti ghigni accompagnati da sguardi che Ornella finse di non vedere e che la inquietarono moltissimo.
I tre uomini scesero quindi sottocoperta e iniziarono a rovistare dappertutto alla ricerca di tutto quello che loro avrebbero ritenuto di valore. Dopo una interminabile attesa i tre tornarono sul ponte. Il bottino era scarso. Solo poche banconote, carte di credito inutilizzabili e qualche gioiello di scarso valore di Ornella.
“Non è possibile ! – urlò la donna-pirata che sembrava fosse effettivamente il capo – Svegliatelo e legatelo al palo !” ordinò quindi ai tre uomini che scaricarono una secchiata d’acqua su Giuseppe che così si riebbe.
Inebetito dovette subire di essere legato nudo al palo della sua barca. Ornella tentò di fermare i tre uomini implorandoli ma fu convinta, sotto la minaccia del mitra a desistere. Non capiva perché il suo uomo era stato legato all’albero in quella posizione, ma lo capì subito dopo. La donna-pirata prelevò dal barcone una frusta. Giuseppe, legato al palo offriva la schiena e il suo bel culo alla sua aguzzina.
“Allora, mi racconti ora dove tieni i soldi e tutto il resto ?”
“Non ho nulla di più di quello che hai già trovato, te lo giuro.” rispose flebilmente Giuseppe.
Ed iniziarono le frustate. Tante, violente, umilianti. Ornella era ammutolita perché aveva iniziato a capire che quello era solo l’inizio. Se la donna riservava ciò al suo uomo non osava pensare cosa avrebbero potuto fare a lei i tre uomini. E il supplizio per Giuseppe non era finito.
“Inculatelo !” urlò il capo dei pirati.
Il più robusto dei tre uomini si avvicinò all’uomo legato. Si abbassò i pantaloni ed esibì un enorme e rugoso cazzo che impressionò la stessa Ornella. Lo avvicinò al buco del culo di Giuseppe e violentemente lo penetrò spingendo il suo prepotente cazzo fino all’intestino della vittima. Giuseppe sospirò per qualche secondo e poi, sfondato, ammutolì. Ma la donna pirata, non soddisfatta, ordinò di slegarlo e di appenderlo al vicino palo portabandiera, voleva anche lei divertirsi.
“Voglio far vedere a questa puttana come una donna pirata sa far sborrare un uomo.”
”Lascialo, non toccare il mio uomo! Non vi basta quello che gli avete fatto ?” “Non ti preoccupare…vedrai come gli piacerà !”
E così facendo iniziò violentemente a masturbare Giuseppe che inutilmente si dimenava. Senza volerlo, ma probabilmente per la strana violenza che stava subendo, raggiunse subito una notevole erezione. Non voleva dare soddisfazione alla sua aguzzina anche per non umiliare Ornella che stava assistendo alla scena.
“Dieci secondo e te lo lascio completamente svuotato…” sghignazzò la donna verso Ornella e aumentò ancor di più la velocità del su e giù della pelle del cazzo di Giuseppe.
L’uomo non resse. Al primo schizzo la donna pirata lasciò la presa del cazzo, si ritrasse e lasciò la vittima in balia dei suoi sussulti, rimase lì ridacchiando, a guardare con disprezzo l’uomo che, appeso, spargeva inutilmente la sua bianca sperma sul ponte del suo panfilo. E contemporaneamente sghignazzando disse ad Ornella.
“Guardalo bene, donna, il tuo uomo, l’ho fatto sborrare come un cavallo…”
Tutti e quattro, a quel punto, si voltarono verso Ornella, che pietrificata e ammutolita si era accovacciata, terrorizzata, in un angolo del ponte. Era giunto il suo momento. Nessuno poteva più difenderla. Giuseppe, nella posizione in cui era costretto, poteva solo assistere rabbiosamente alla scena che si stava preparando. Anche a lei la donna pirata fece la domanda che non aveva avuto prima risposta da parte di Giuseppe.
“E tu bellissima, lo sai forse dove sono i soldi e i gioielli ?”
Ornella scosse la testa e quella fu la sua condanna.
“Bene, ragazzi, la donna sarà la vostra preda. Fatene quello che volete. Fatevi assaporare fino in fondo.”
“No, vi prego…” sospirò con un filo di voce Ornella.
Ma non ebbe il tempo di supplicare ulteriormente i tre uomini che questi le si avvicinarono circondandola. Fu l’uomo dalla carnagione più scura che ebbe l’onore di strappare il reggiseno e le mutandine alla bella italiana. Rimasta completamente nuda per qualche secondo Ornella tentò di coprire come poteva il suo sesso e il seno. Era evidente che però era tutto ormai vano. Fu a questo punto che gli altri due albanesi sollevarono di peso la terrorizzata Ornella e la trascinarono verso il lettino. La donna si dimenava e ciò, oltre ad eccitare ancor più i tre uomini, aveva l’effetto di innervosirli. Ma la resistenza durò poco. Ornella si rassegnò a subire l’umiliazione di essere legata, supinamente, sul lettino. Sotto il suo ventre, violentemente, venne infilata una piccola cassetta di legno. Oltre a farle male la cassetta la costringeva a tenere il suo splendido culetto, dove ben si vedeva il disegno delle mini-mutandine che Ornella aveva sempre sacrificato all’abbronzatura, ben sollevato rispetto al resto del corpo. Ornella aveva intuito ciò che i tre uomini le volevano fare.
Le imprecazioni di Giuseppe che era costretto ad assistere alla scena non fermarono i tre uomini. Uno alla volta i tre estrassero i loro cazzi e li esibirono a una frastornata Ornella. Il primo lo infilò nel roseo buchino dello splendido culetto della donna.
“No, lì no. Non glielo ho permesso neanche al mio uomo…“ urlò Ornella che inizialmente si dimenava violentemente.
Poi, a un certo punto, si fermò e sembrò quasi volesse agevolare la prepotente penetrazione. I tre uomini si accorsero del repentino cambiamento di Ornella che, pure, non riusciva a nascondere la sua eccitazione. Il liquido che iniziò a fuoriuscire dalla sua figa non poteva non essere notato anche da Giuseppe. Il primo pirata lasciò la prosecuzione dell’inculata al compare senza venire. Era evidente che voleva riservarsi per qualche altra prestazione. E dopo il secondo anche il terzo, dopo tante spinte dentro il culetto di Ornella, che ormai mostrava tutti i segni di un violentissimo orgasmo, spinse il suo enorme cazzo nell’ormai dilatatissimo buco del culo della donna. Anche lui però non volle sborrare.
I tre uomini si spostarono quindi davanti al volto della donna che nel frattempo, in pieno orgasmo, non riusciva a fermare l’abbondante fuoriuscita dei suoi umori. E sghignazzando verso Giuseppe, gli chiesero se la sua donna era capace di spompinare bene come sapeva bene farsi inculare. E, soprattutto, visto che il tutto le piaceva tanto, se sarebbe stata capace anche di bere tutta la sborra che fra poco tutti e tre le avrebbero regalato. Per sicurezza, i tre energumeni risollevarono di peso la giovane donna e la legarono, questa volta seduta, allo stesso palo dove continuava a essere legato il suo uomo.
Fu a questo punto che Ornella, sospirando, si rivolse al suo uomo.
”Amore, non so cosa mi stia succedendo…”
“Lo so io !” rispose furibondo Giuseppe.
Aveva appena finito di esprimere tutta la sua rabbia che il primo dei tre uomini violò la bocca di Ornella.
“Tu bere tutto !” le intimo l’uomo.
Non fu necessario che bloccasse tra le sue rugose mani il bel volto della giovane donna. Era evidente ormai che Ornella, passando da un orgasmo all’altro, partecipava con tutta la sua femminilità. E soprattutto, quando l’albanese sborrò, non si tirò indietro, anzi. Raccolse nella bocca tutta la sborrata dell’uomo e quindi, la bevve. Giuseppe non poteva credere ai suoi occhi. Ma la sua fidanzata si ripetè anche con il secondo pirata. Con la lingua iniziò a giocherellare con la cappella divenuta violacea dell’uomo, poi con le labbra gli leccò avidamente i grigiastri coglioni pieni di sborra. E, quando questa fuoriuscì abbondante e inondò la sua bocca, con gli occhi azzurri spalancati ingurgitò tutto in silenzio non preoccupandosi delle risa e dei grugniti dei tre uomini.
“Amore, perdonami, ma è troppo bello…”
Fu a questo punto che i tre uomini, vedendo che la donna continuava a godere, che non aveva alcuna intenzione di ostacolare le loro voglie e, anzi, sembrava incoraggiarli, decisero di slegarla. Ornella fu quindi sollevata di peso e trascinata in mezzo al ponte. Qui decisero di prenderla contemporaneamente. Il culo, la fica e la bocca furono penetrati nello stesso istante dai tre prepotenti cazzoni. La donna iniziò a contorcersi emettendo miagolii di piacere sempre più alti. E godeva. Come godettero di nuovo contemporaneamente i tre uomini che la inondarono dappertutto. La sborra riversata violentemente sul corpo e sul volto di Ornella era. tanta, calda e odorosa. E la ricoprì tutta. E così i pirati la lasciarono, immobile, in mezzo al ponte quando decisero di abbandonare il panfilo e di ritornare sul loro piccolo vascello. Da lontano videro Ornella, ancora ricoperta della loro sborra, liberare il suo uomo dal palo dove, legato, aveva dovuto assistere alle loro gesta.
La donna ebbe tempo tutto il viaggio di ritorno per tentare di spiegare al suo uomo cosa le era successo e, soprattutto, per rassicurarlo che in futuro non gli avrebbe certamente negato più nulla.
“Amore dopo che quei tre cazzoni hanno spalancato in quel modo il mio buchino non vedo l’ora di prendermi nel culo anche il tuo. Poi, dopo tutte le bevute che mi sono fatta di sperma albanese, non vedo l’ora di assaporare la tua sborra, che è sicuramente di qualità superiore”.
Sentendo così parlare la sua donna, Giuseppe iniziò a chiedersi se al gruppo di pirati albanesi dovesse dare la caccia per la vendetta o se, invece, dovesse essere grato.
L’anno dopo Giuseppe ed Ornella tornarono con il loro panfilo, ancora più grande, in quella stessa baia.
L’invito era giunto improvviso. L’ingegner Rossi, l’amministratore delegato dell’azienda, aveva invitato nella sua villa Roberto e Maurizio, i due giovani responsabili della contabilità, con le rispettive mogli. Le due coppie erano ben conosciute da tutto il personale. Giovani, vivaci e belle non nascondevano la loro esuberanza sotto tutti i punti di vista. Anche il direttore tecnico Marini era stato convocato a questa riunione molto privata.
“Non capisco la necessità di convocarci nella sua villa con le nostre rispettive mogli. – disse preoccupato Roberto a Maurizio, il suo collega della contabilità – Mia moglie Raffaella è una donna molto introversa e non vuole avere intrusioni nella sua vita privata da parte di persone del mio lavoro. Dovrò convincerla.” Effettivamente Raffaella, che Maurizio conosceva appena, era una bellissima donna. Bionda, con un corpicino da sballo, era una ex modella. Aveva deciso di abbandonare il mondo della moda per diventare esclusivamente la moglie di Roberto.
Anche Francesca, la moglie di Maurizio, era una bellissima femmina. I lunghi capelli neri facevano da cornice a un bellissimo volto dove gli occhi azzurri, grandi ed espressivi, le davano un fascino da cerbiattina. Anche il corpo era da sballo, gambe lunghe e affusolate, due seni slanciati verso il cielo e un culetto da sogno. Insomma una gran figa. E anche lei era indispettita dal dover partecipare a quella che riteneva sarebbe stata una noiosissima cena di lavoro con il panciuto amministratore delegato e il viscido direttore tecnico. In più detestava Rossi.
“Ogni volta che mi vede – disse al marito – mi mette a disagio: si nota subito che mi spoglia con gli occhi e non riesce neppure a nascondere una squallidissima eccitazione. Non escluderei la possibilità che ogni volta, dopo avermi vista, cavalchi con la fantasia e si faccia una sega pensando al mio corpo e a tutto il resto.”
Lo stesso trattamento l’amministratore, insieme a Marini, lo riservava anche a Raffaella, che proprio per questo motivo si rifiutava di partecipare alla strana riunione.
“Non riesco a convincerla – disse Roberto a Maurizio – teme di non riuscire a nascondere la sua insofferenza nei confronti dei due direttori e quindi teme di intralciare la mia carriera. Stasera spero di convincerla.”
Alla fine, in cambio della promessa di uno splendido week-end in montagna, Roberto era riuscito a convincere la moglie a partecipare alla serata.
Anche Francesca, che aveva avuto degli strani presentimenti, aveva cercato di convincere Maurizio a non portarla alla cena. Ed aveva elencato al marito una serie di scuse da presentare al boss. Alla fine, però, anche lei aveva desistito e aveva accettato.
“Amore, come pensi dovrei vestirmi stasera ?” – chiese Francesca a Maurizio. “Amore, lo sai che qualsiasi abbigliamento tu scelga sarai bellissima.”
“Va bene. Mi vestirò, però, soprattutto pensando al dopocena con te…”
Maurizio capì il messaggio e si eccitò.
Appena arrivati nella villa si accorsero subito che si stava preparando qualcosa di strano. Mancava la servitù e il tavolo imbandito era stato preparato da due servitori negri. Raffaella era già arrivata in compagnia di Roberto e, bellissima e imbronciata, era seduta in un angolo della enorme sala. Era splendida e indossava un cortissimo vestito bianco che esaltava le sue forme che si intravedevano assai bene. Roberto cercava di nascondere il nervosismo della moglie chiacchierando con noncuranza con il direttore tecnico. Francesca era anche lei nervosissima, il suo completino nero faceva fatica a nascondere, per le sue trasparenze, le sue splendide fattezze.
La cena ebbe inizio e subito i due direttori esternarono pesanti apprezzamenti sulle due ospiti. Raffaella e Francesca manifestarono subito dei chiari segni di insofferenza ai quali fecero riscontro commenti ancora più pesanti da parte dei due uomini. E intanto aumentava la quantità di vino e altro che le signore dovevano continuamente ingurgitare per compiacere agli insistenti inviti dei due dirigenti.
Il primo segnale di cambiamento del clima della serata si ebbe quando, con enorme imbarazzo delle due giovani donne, i due inservienti negri si presentarono con le solite bottiglie di champagne indossando solamente piccolissimi tanga che a fatica nascondevano membri dalle dimensioni veramente notevoli. Francesca, e soprattutto Raffaella, sulle quali gli effetti dell’alcol cominciavano a fare effetto, non riuscivano a nascondere un grande imbarazzo mescolato a turbamento.
Fu a questo punto che Rossi, in un silenzio glaciale, iniziò a spiegare il motivo per cui le due giovani coppie erano state invitate a quella splendida serata.
“Mi risulta, o meglio ho fatto risultare, dei notevoli ammanchi di cassa e numerosi mancati pagamenti. Fatture regolarmente pagate dall’ufficio contabilità non sembrerebbero invece essere da voi due effettivamente registrate. Ovvia la complicità dei fornitori che testimonierebbero in qualsiasi momento la vostra disonestà nei confronti dell’azienda. Ora quindi voi due rischiate il licenziamento, la denuncia e la sicura condanna. Non penso che le due vostre graziose mogliettine sarebbero molto contente di vedervi entrambi per un lungo periodo segregati in qualche carcere del nostro Meridione. Tutto ciò potrebbe però essere evitato…”
S’interruppe in attesa di qualche nostra domanda. E Roberto, infatti, dopo aver appena sussurrato un ingenuo “Non capisco…” chiese “Cosa c’entrano le nostre mogli ?”
Fu il viscido direttore tecnico a dare la risposta che i due contabili temevano. “L’amministratore delegato ed io siamo convinti che le vostre due belle mogliettine non potrebbero non aiutarvi in questo difficile momento. Come Semplice, accettando di farci trascorrere una splendida serata, sono due splendide donne e ancor più due femmine eccezionali. Insomma, devono accettare, senza limiti, di soddisfare alcune nostre voglie un po’, diciamo, particolari…. Solo così eviterebbero ai loro maritini di ritrovarsi in carcere per qualche anno. Vi è tutto chiaro ?”
Francesca era ammutolita. Raffaella, invece, non riuscì a trattenere un “Maledetti bastardi”.
Fu l’amministratore che subito la censurò. “No, signora Raffaella, allora non ha ancora capito… Non deve fare così… Anzi, per iniziare il gioco che faremo, per prima cosa sarà proprio lei a levarsi una cosa, voglio essere generoso, all’inizio. Si tolga quelle splendide scarpette a spillo. So che a lei, ex modella, ciò costerà un po’…”
”Amore, andiamo via, ti prego. Se ubbidisco ho paura che dopo non ci sarà per me più scampo.”
Roberto era frastornato. Gli sembrava di vivere un incubo. Fu capace solo di sussurrare alla moglie disperata un flebile “Amore, ti prego, cerca di capire…” Raffaella, rabbiosamente, di scatto si levò le due scarpette bianche con il tacco a spillo e rimase, così, scalza. Sarebbe stato per lei, questo, l’inizio di un incubo.
Francesca, nel frattempo, era rimasta silenziosamente a guardare. Sapeva che presto sarebbe toccato anche a lei.
Fu a questo punto che Rossi iniziò a svelare i suoi turpi pensieri.
“So che voi tutti avete frequentato l’università. Siamo certi che voi due in particolare, da studentesse universitarie, avrete partecipato a quelle belle feste dove i maschietti si inventavano i più strani giochetti per mettere a nudo, in tutti sensi, le belle compagne di facoltà. A me piace in particolare lo strip-poker… “
Federica e Francesca capirono e trasalirono. Ricordavano benissimo i pesantissimi pegni che avevano dovuto subire a quelle feste dove chissà perché loro perdevano sempre e alla fine non si contavano i pompini che avevano dovuto fare e le sborrate che, volenti o nolenti, avevano dovuto sorbirsi. La goliardia non aveva allora limiti e per le belle matricole era una consuetudine, almeno per una volta, sottostare alle voglie più peccaminose degli anziani della facoltà. Altri tempi però e, soprattutto altri uomini
“No, direttore, ma questa volta lo strip non lo farò !” esclamò Francesca, furente.
E Federica, stizzita, aggiunse “ Non vedrà nemmeno un centimetro del mio corpo, non si masturberà su di me.”
“Vedremo, vedremo…” replicò l’amministratore. Ed estrasse dal cassetto un nuovo fiammante mazzo di carte.
“Chi vince la mano ha il diritto di scegliere la vittima che dovrà levarsi un indumento. In caso di bluff scoperto la pena sarà doppia. Tutto chiaro ?”
Federica, come risposta sussurrò al marito “Ti prego, portami mia…”
Ma per la prima volta mostrava una certa rassegnazione. Francesca, invece, rimase silenziosa, ma la sua ira era evidente.
“Tris d’assi – annunciò il direttore tecnico – e ho il sospetto che nessuno mi batterà… Vero Federica ?” Era lei infatti la prima vittima.
“No, non posso, vi prego…” sussurrò flebile la giovane donna.
“Le regole sono chiare – tagliò corto Rossi – . Quindi, signora, a sua scelta”. Questa, a dire il vero, non era molto vasta. E così si scoprì che la bella moglie di Roberto usava delle bellissime calze autoreggenti bianche. Se le sfilò contorcendosi tutta, sforzandosi il più possibile di non mostrare nulla di quello che si intravedeva sotto il bellissimo ma anche cortissimo abitino bianco. A questo punto tutti notarono un crescente nervosismo da parte di Francesca. Si capì più tardi il motivo.
“Rilancia ? Non le credo carissima signora, e la vedo.”
Francesca sapeva di essere lei la successiva vittima e aveva tentato un velleitario bluff miseramente scoperto dal sempre più eccitato Rossi.
“Doppia pena, Francesca, mi dispiace.” sogghignò l’uomo esibendo un tris di re che cancellava la misera doppia copia della moglie di Maurizio. La quale, purtroppo, non proponeva un abbigliamento adatto a quel tipo di serata. Anzi a quel tipo di gioco. Se infatti non fu fastidioso, come lo era stato per Federica, levarsi le bellissime scarpe nere a tacco a spillo vertiginoso, ben più imbarazzante era fare a meno del secondo indumento che, per il bluff scoperto, doveva essere sacrificato.
Un violento rossore comparve sul suo volto quando fu costretta a sfilarsi il bellissimo vestitino nero che con le sue trasparenze tanto aveva fatto arrapare sia l’amministratore che il direttore tecnico. E si capì anche il perché del nervosismo che già prima Francesca aveva mostrato. Come aveva anticipato nel pomeriggio al marito, la donna aveva optato nell’abbigliamento intimo per qualcosa che lui solo dopo la cena avrebbe potuto gustare. Il completino nero di biancheria intima che proponeva era semplicemente da urlo. Il reggiseno consisteva in una strettissima fascetta nera completamente trasparente che a stento nascondeva i due grandi e turgidi capezzoli. Le mutandine, inoltre, praticamente non esistevano, erano uno strano connubio tra perizoma e tanga abbinato a una trasparenza totale nera, eguale a quella del reggiseno. Francesca era praticamente nuda e, rabbiosamente, sapeva di esserlo. L’imbarazzo era notevole, il violento rossore delle guance e il tentativo goffo di nascondere qualcosa con le mani eccitava ancor più i due uomini dell’azienda che fissavano lo splendido seno di Francesca. Le due rosee e ben disegnate aureole esaltavano i seni che orgogliosamente si slanciavano verso il cielo. Per non parlare poi del ciuffetto nerissimo che si intravedeva sotto le microscopiche mutandine. A Maurizio stava montando una rabbia che a fatica controllava.
La stessa ira che ancor più assalì Roberto quando la mano dopo toccò a sua moglie subire un doppio pegno non avendo portato a sua volta a buon fine un bluff che sapeva tanto di disperazione.
Federica non parlava più, teneva la testa bassa nascondendo un volto che passava dal rossore più violento a un preoccupante pallore. Doveva rinunciare a due dei tre indumenti che indossava. Almeno tutti pensavano che tanti fossero. Roberto non potè trattenere un’imprecazione quando sua moglie, levandosi il bellissimo e cortissimo abitino bianco mostrò che, sotto, indossava solo un minuscolo e candido perizoma.
“Vi prego,,,” sussurrò la splendida Federica prima di contorcersi tutta nel tentativo di proteggere le sue intimità. Ma anche l’ultimo mini indumento dovette cadere. Rimasta nuda con una mano disperatamente allargata tentava di nascondere il piccolo ma bellissimo seno; con l’altra copriva appena il suo bocciolo che trionfava per la curata depilazione che tutti potevano notare e apprezzare. Roberto, vedendo sua moglie in quella situazione di umiliazione e sudditanza non potè non inveire nei confronti dei due uomini che gli stavano di fronte. L’indifferenza dei due lo frustrava ulteriormente.
La stessa umiliazione la provò Francesca quando la mano successiva perse la mano. Il suo tris di re era stata una mera illusione di fronte al full di Rossi. Il mancato bluff costava a Francesca assai caro. Reggiseno e mutandine finirono nelle mani del direttore tecnico che rimase per parecchi secondi in contemplazione dei seni nudi della moglie di Maurizio. Ma soprattutto si eccitò, e lo si vide, osservando con bramosia il pelo nerissimo che la donna offrì quando caddero le mutandine. Dopo appena quattro mani, per sfortuna e imperizia, le due donne si ritrovavano completamente nude di fronte a due uomini che da quel momento in poi avrebbero fatto di tutto per umiliarle e per costringerle a piegarsi alle loro voglie più turpi.
La mano dopo Federica, ormai in stato confusionale, perse di nuovo malamente facendosi vedere un altro bluff. Doppio pegno. Il primo consisteva, secondo le parole del direttore, nel mostrarsi, senza alcuna inibizione e da ottima fotomodella quale era stata, davanti a una macchina fotografica. Invitata a salire su un tavolo, Federica viene costretta ad esibirsi… e partirono le foto. Con le lunghe gambe allargate, alla pecorina, di schiena con la gambe allargate. Foto rigorosamente pornografiche. Ma ancora più pesante risultò il secondo pegno da pagare.
“Carissima Federica – disse l’amministratore – ora chiamerò qui il mio servo negro Abdus. Come lei ha già osservato prima, il negro è dotato di un cazzo dalle dimensioni notevoli. E soprattutto è un grosso produttore di sperma. Proprio così. Ha la particolarità di produrre, a ogni orgasmo, una quantità notevolissima di sborra. Ebbene, lei dovrà, nella maniera che preferisce, farlo godere. Sarà uno spettacolo che lei sicuramente apprezzerà. Come pure, sono certo, lei sarà capace di farlo sborrare in tempi brevissimi e nel migliore dei modi.”
Difficile descrivere il volto di Federica.
“No, non posso!” urlò.
“Abdus vieni, c’è una bellissima donna che vuole assaggiarti” rispose Rossi.
Il negro comparve. Le dimensioni del cazzo, liberato dal mini perizoma fino ad allora indossato, erano enormi. Era già eccitato alla vista delle due donne nude.
“Avanti Federica, si dia da fare !”
La donna decise di usare la mano, sdegnosamente, senza neppure guardare il grosso pene che le stava di fronte. E iniziò la lenta masturbazione. La giovane donna era in difficoltà a causa delle dimensioni del cazzo. Ben presto fu costretta a usare tutte e due le mani. Così facendo però esponeva il suo bellissimo volto a quella che in qualsiasi momento poteva rivelarsi una autentica eruzione di sperma.
“Coraggio, Federica, vede quanto il cazzo di Abdus si sia ulteriormente ingrossato. – le urlò il direttore tecnico – . La sborra sta salendo… Forza!” “Che tu sia maledetto” tentò di rispondere Federica.
Non ci riuscì perché fu interrotta dal primo abnorme spruzzo di sperma che la colpì sulla bocca. La serrò immediatamente ma non riuscì a evitare che il suo viso fosse inondato dal liquido seminale del negro. Abdus schizzò effettivamente almeno dieci volte il suo liquido sul volto della giovane donna, il suo viso era diventato una maschera di sperma. La quantità di sborra che il negro aveva riversato sulla moglie di Roberto era veramente impressionante e al marito non rimase altro che iniziare a ripulire il volto della moglie con il suo maglione diventato un improvvisato asciugamano.
Francesca era pietrificata. Era terrorizzata. Dopo aver visto quello che era successo a Federica non riusciva a immaginare quale potesse essere il suo supplizio. Completamente nuda, e impotente davanti ai due uomini, temeva che il peggio dovesse ancora arrivare.
Poco dopo toccò a lei. Puntuale infatti arrivò un poker di Rossi. Francesca tentò successivamente un bluff riparatore. Fallito. Era finita. Sconfortata sussurrò “Maledetti ! Abbiate pietà. Fatemi fare quello che volete, ma fate presto !”
Dolce musica queste parole per il dottor Marini che non tardò di accontentare Francesca.
”Il dottor Rossi ed io abbiamo deciso di unire i tre pegni che lei deve pagare in un’unica prestazione diciamo un po’… spinta.”
Visto il supplizio patito da Federica, questa premessa agitò ancor più Francesca.
“E’ nostra intenzione esaltare al massimo tutta la sua femminilità e sfruttare tutte le sue doti.”
Cosa intendessero i due uomini per ‘le sue doti’ la bella Francesca lo scoprì poco dopo. Mentre spiegava il giochetto l’amministratore si toglieva tutto gli indumenti con eccezione della mutande. Mise così in evidenza un mostruoso ventre. Impressionante e schifosa era l’adipe. Anche il direttore tecnico fece altrettanto. Anche lui rimase in mutande.
“Anche per lei chiederemo l’aiuto dei nostri servi, in particolare di Malcolm.” Francesca che aveva visto la performance di Abdus trasalì pensando a una replica di egual tenore di Malcolm.
“Poiché non vorremmo essere disturbati durante il gioco, ritengo sia utile legarla, senza farle male, su un apposito attrezzo che abbiamo già preparato. Ah, dimenticavo. Prima dovrà espletare una piccola operazione che dà sia al dottor Rossi che a me un gran piacere. Dovrai semplicemente levarci le mutande”. “Non lo farò mai! Avvicinarmi come una serva ai vostri cazzi mi fa schifo…” “Signora, la prego, si moderi e soprattutto non ci faccia ripetere la situazione spiacevole in cui si è cacciato suo marito.”
Era un’altra grande umiliazione che Francesca non potè evitare. Fu costretta quindi ad avvicinarsi ai due uomini, inginocchiarsi e sfilare ad entrambi le mutande. Era ovvio che i due volevano creare ulteriore imbarazzo alla bella donna.
A questo punto, senza dare a Francesca altro tempo per ribellarsi, il direttore diede l’ordine a Malcolm di prelevare di peso Francesca e legarla a una grossa tavola quadrata che fece la comparsa in quel momento.
“Vi prego, cosa volete farmi… Non fatemi del male… Godete, porci, ma non la violenza…”
”Non si preoccupi, signora, nessuno le farà del male. E’ solo questione di comodità…”
La tavola era sollevata in posizione verticale e la donna fu fissata con delle robuste corde ai quattro angoli della stessa. Così legata la donna era costretta a spalancare il suo sesso ed esibire tutta la sua sessualità, il suo bel pelo nero non nascondeva né le rosee delicate piccole labbra né le gonfie grandi labbra. Ed era lì che Malcolm doveva puntare le sue attenzioni.
“Il negro ha il compito solo di penetrarti il più possibile. Noi faremo altro. Viste le dimensioni del cazzo del nostro negro ti consiglio di rilassarti il più possibile e di accoglierlo nel migliore dei modi dentro di te.” concluse Rossi.
La moglie di Maurizio era ormai rassegnata. Ciononostante non potè non sussurrare un flebile “No, vi prego..” quando Malcolm esibì il suo cazzo. “Non posso, non riuscirò mai sopportarlo. Mi rompe.”
Furono proprio queste parole che eccitarono a dismisura il negro che senza alcuna esitazione infilzò violentemente la donna. Fu un autentico sfondamento. A nulla valsero tutti i tentativi fatti da Francesca di proteggersi dalla penetrazione. Una volta affondato il colpo Malcolm iniziò a stantuffare freneticamente e ad ogni spinta seguiva un sospiro della donna.
“Basta, non ne posso più, fermati !” urlava Francesca.
Ma solo dopo un numero infinito di violentissime penetrazioni l’uomo si fermò. Senza però eiaculare.
“La sborrata di Malcolm fa parte della seconda parte del gioco.” disse il direttore tecnico.
A Francesca, abusata e umiliata, non rimaneva che attendere.
E intanto veniva modificata la sua posizione. La tavola fu sollevata e posta parallelamente al tappeto, sospesa a un’altezza di circa un metro e agganciata con una grossa corda al soffitto ben avrebbe sopportato il peso di Francesca. La donna fu poi costretta questa volta a farsi legare supinamente con un voluminoso cuscino sotto il ventre. La visione offerta dal suo sesso a causa della posizione assunta a gambe smisuratamente allargate era particolarmente eccitante. Il suo bel culetto, nudo e indifeso, era, a causa del cuscino, rialzato. Dimenandosi, Francesca lo sollevava ulteriormente. E proprio questo avrebbe subito il successivo affronto.
Il direttore tecnico, infatti, premurandosi di mostrare alla donna ancora una volta le dimensioni elefantiache del proprio sesso, la informò che era sua intenzione umiliarla con una inculata.
“Ti farò un po’ male, ma dopo la festa per te sarà quasi finita. Dico quasi perché contemporaneamente il dottor Rossi, per sua espressa volontà, vorrà la tua bocca. Se avrai qualche problema sono sicuro che sarai capace di superarlo grazie alla tua grande capacità di pompinara. E, alla fine, sappi che ci saranno i fuochi d’artificio. Tutti e tre, il dottor Rossi, Malcolm e naturalmente io avremo l’onore di sborrarti tutti in bocca. E tu, a differenza di Federica, non potrai sgaiattolare ed evitare il salutare ingoio. Ti abbiamo legata in tale modo proprio per impedirti scappatoie. Quindi, coraggio, e datti da fare.”
Francesca inizialmente sussurrò un tenero “Non potete farmi questo ! Perché ?”
Poi iniziò a sospirare, ma vedendo che la sua resistenza, in quella posizione, aumentava il piacere dei tre uomini preferì ammutolirsi e accettare passivamente le angherie.
E queste iniziarono subito. Mentre Malcolm a braccia conserte si metteva in primo piano a gustarsi la scena sia dell’inculata che del mega pompino, l’amministratore per primo si avvicinò al viso di Francesca. Esibì in tal modo l’enorme pancia cadente e pelosa che copriva tutto il suo basso ventre. Francesca riusciva a stento a vedere e ad annusare i coglioni nero-grigiastri del boss. Il piccolo membro, rugoso e nero, era appena visibile. Era una visione senza dubbio disgustosa.
“Mi fai schifo.” disse Francesca.
“Lo so ed è per questo che godo all’idea di quanta fatica farai a baciarlo, leccarlo e succhiarlo. E pensa che alla fine, dopo tanto fatica, potrai goderne il frutto. Perché, prima o poi, volente o nolente, dovrai farmi sborrare e quindi bere tutto quello che riuscirò a produrre. Mi dicono che ultimamente, vista forse l’età, non è proprio come bere un aperitivo. Anzi ha un sapore molto acido, nauseabondo e di pessimo odore. Potrai consolarti forse con le sborrate che avrai l’onore di assaporare dopo. Malcolm è una certezza per la quantità e, inoltre, è sempre sborra di negro. Quella del direttore tecnico sarà pure molto gustosa perché, come hai ormai già capito, il suo cazzo avrà appena finito di sfondare il bel buchino del tuo favoloso culetto.”
La moglie di Maurizio spalancò ancor più gli splendidi occhi azzurri e silenziosamente, per non eccitare ulteriormente i tre uomini, optò per una totale remissività.
Con il volto iniziò quindi a intrufolarsi tra le grasse cosce e tra le lardose pieghe del sottoventre dell’amministratore. Non potendo usare le mani, con la bocca alla fine riuscì a catturare il piccolo e maleodorante pene. Con un‘espressione di disgusto iniziò un lento pompino. Sperava di portare a termine quel supplizio prima possibile. Non riuscendovi pensò di iniziare a leccagli anche i grigi testicoli. E fu in quel momento che, con dispetto, sentì invadere il proprio culetto dall’abnorme membro del direttore. Non potè trattenere un’imprecazione, alla quale seguirono miagolii mentre sentiva la cappella del cazzo dell’uomo risalire il suo corpo. E il fastidio aumentò quando iniziarono le spinte. Passarono i minuti. Nonostante l’impegno di Francesca i due uomini continuavano a riempirla senza venire.
Fu l’amministratore a crollare per primo. Senza raggiungere una vera e proprio erezione riempì la bocca di Francesca del suo liquido biancastro. L’odore nauseabondo dello sperma si propagò per la stanza. Francesca aveva tentato di evitare l’ingoio ma non era riuscita, legata come era, a svincolarsi dal membro del boss. E per Francesca fu quello l’inizio dell’oltraggio finale. Senza dar tregua alle stanche labbra della donna, anche Malcolm violentemente spinse il suo membro asinino nella bocca di Francesca. Era eccitato. Il veloce dentro e fuori nella bocca della donna ancora imbrattata dallo sperma di Rossi lo fece raggiungere in pochi secondi l’orgasmo. E la sua sborra riempì di nuovo la bocca di Francesca. Per la seconda volta in pochi minuti la donna dovette ingoiare una quantità abnorme di sperma. E non era finita. Dopo l’eterna inculata anche il direttore volle abusare della bocca di Francesca. Sfilato il pene dal buco del culetto lo spinse subito dopo nella gocciolante bocca della vittima. Per assicurarsi che Francesca non perdesse neanche una goccia del suo liquido pensò bene di bloccare ulteriormente il volto della donna stringendo con forza i suoi orecchini. Ma la donna era ormai esausta e completamente rassegnata, spalancata la bocca si preparò al terzo ingoio. E dopo lo schifoso sperma del vecchio amministratore, la tanta sborra del negro era ora la volta di quella del cazzo asinino del dottor Marini. Questi infatti spinse tutto il suo enorme membro nella bocca della donna che costretta a ingoiarlo tutto non riusciva più a respirare. E pensò di soffocare quando sentì colare la calda sperma nella gola. E colava in continuazione, tanta. La donna tentò inutilmente di svincolarsi dalla ferrea presa che l’uomo effettuava sui suoi orecchini. Evidentemente l’uomo stava schizzando una quantità impressionante di sborra. Troppa. Ma Francesca fu costretta a berla tutta.
La serata si era conclusa. Francesca fu liberata e con Federica potè rivestirsi. Ma l’amministratore delegato, che non volle restituire alle due donne i loro indumenti intimi, concluse la serata con un imprevisto annuncio ai suoi due contabili.
“Voi due non sarete denunciati, ma siete licenziati”.
Era la beffa finale.
Roberta, diciotto anni appena compiuti. Bellissima. Alta, capelli lunghi e nerissimi. Occhi azzurri, nasino greco all’insù, bocca piccola ma sensualissima, due gambe lunghissime e affusolate. Taglia rigorosamente quarantadue, a un culetto rotondo, già da donna, abbina un ventre piattissimo come solo una diciottenne può avere. Il classico ventre dove ogni maschio desidererebbe depositare il proprio liquido seminale dopo essersela scopata. Due piccoli seni, sodi e marmorei, sembrano guardare al cielo e offrono due bellissimi capezzoli rosei. Forse un po’ grandi, come l’areola che le ricopre parzialmente la tettina. Nuda è uno spettacolo della natura e un uomo, solo vedendola, può anche… sborrare.
E Roberta, oggi, non ne poteva proprio più. Era furente ed incazzata nera. Quello stronzo del professore di latino continuava a umiliarla quotidianamente rifilandole ogni giorni votacci osceni. A casa, poi, le avevano detto chiaramente: o rimediava almeno parzialmente a quelle insufficienze o avrebbe dovuto scordarsela la settimana bianca con tutta la classe. E, in classe sua, c’era pure lui, Francesco, il biondino dagli occhi azzurri che la faceva impazzire. E a lui, per la prima volta in vita sua, aveva concesso qualcosa. E in montagna, forse, gli avrebbe voluto regalare qualcosa di più…
E, mentre si faceva la doccia prima di andare dal nuovo professore di latino al quale i suoi si erano affidati per farle recuperare le insufficienze in latino, ricordava quella volta, l’unica, che alla festa del compleanno della sua amica Ludovica si era fatta convincere proprio da Francesco a seguirlo nel bagno dei genitori della padrona di casa. Lì, aveva permesso che con la lingua il ragazzo le esplorasse tutta la bocca. Lei si era eccitata e lo aveva lasciato fare. La camicetta prima e il reggiseno dopo erano volati.
“E adesso ?” gli aveva chiesto provocante a quel punto Roberta.
Francesco le aveva risposto accarezzandole le due bellissime tettine e strizzandole dolcemente i due capezzoli turgidi, come mai lo erano stati prima. E lei, nelle mutandine, si era bagnata.
“Ti prego, aiutami – le sussurrò subito il ragazzo – . Non ce la faccio più.”
E così dicendo, freneticamente come solo un diciottenne eccitato poteva fare, iniziò ad armeggiare con la cerniera dei jeans. Sapeva di avere un gran bel cazzo. Se fosse riuscito a mostrarglielo, sicuramente Roberta non avrebbe resistito.
“Cosa fai ? Non fare lo stronzo ! Non mi va. Baciami, se vuoi, mi piace. Ma non chiedermi altro…”
Francesco rassegnato, si rialzò la cerniera solo un po’ abbassata e baciò ancora più avidamente Roberta. Le riempi volutamente la bocca di saliva. La ragazza lo lasciò fare. E anzi, dopo avergli sfilato la maglietta, si strinse ancor più al petto del giovane uomo accarezzandogli i biondissimi capelli. L’essere denudato un po’ da Roberta e le sue carezze lo fecero crollare. Sospirando iniziò a sborrare nelle mutandine. E contemporaneamente, oltre al petto, con violenza incollò anche il proprio ventre a quello di Roberta. Francesco aveva un pene grosso e lungo. La giovane donna, attraverso la sua gonna e i jeans lo sentì tutto e soprattutto lo senti pulsare violentemente. Intuì cosa fosse successo. Sapeva infatti che gli uomini quando vengono fanno pulsare il loro pene e producono una grande quantità di sperma. Mentre con gli occhi socchiusi Francesco continuava a gemere, con curiosità sbirciò l’enorme rigonfiamento che il maschio non riusciva a nascondere. Non vide macchie e ne fu sollevata. Molti li avevano visti appartarsi.
“Dai, ti prego, smettila – lo implorò Roberta – E se proprio non ce la fai, vai a casa… “ aggiunse pensando che anche lui potesse fare quello che anche lei, ogni tanto, sotto la doccia, faceva.
E, anche oggi, sotto la doccia, si era accarezzata. Il ricordo di Francesco che, da lei eccitato, viene nelle mutandine, l’aveva poi ancor più turbata… Ma il tempo era poco e il professor Silvestri la stava aspettando… Quindi, perizoma e reggiseno, jeans, maglietta e scarpe di ginnastica e via. L’aspettava, ne era certa, il vecchio trombone che l’avrebbe sicuramente aggredita per la sua ignoranza su Cesare, Cicerone e così via.
Il campanello era l’ultimo, in alto. Il professor Silvestri, come appurò subito Roberta, abitava infatti in una bellissima mansardina. Era graziosissima, il regno di un single. E la giovane donna, quando il professor Silvestri gli si mostrò di fronte e la invitò ad entrare non potè non provare un certo imbarazzo. Era un uomo infatti bellissimo. Quarant’anni, circa, capelli ricci, leggermente brizzolato, e con due occhi chiarissimi. Un’abbronzatura da invidiare, barba leggermente incolta, jeans e maglietta non poteva non turbare Roberta che iniziò infatti subito a farfugliare frasi leggermente sconnesse che avevano per argomento il suo vecchio e rimbecillito professor di latino. In realtà gli occhi azzurrissimi dell’uomo l’avevano mandata in confusione e, purtroppo per lei, lui stesso se ne era ben accorto E non ne nascondeva il compiacimento. Bello, sapeva di esserlo. E l’imbarazzo e il rossore della giovane donna lo divertiva.
“Raccontami, quali sono i suoi problemi.” esordi il professore.
“Non riesco a concentrarmi nelle traduzioni e sono un… disastro.” rispose subito Roberta per mitigare l’imbarazzo.
“Non penso che tu lo sia… Imparerai. Un po’ alla volta, vedrai, ti insegnerò a superare tutte le difficoltà che puoi incontrare.”
Lo disse con un tono della voce che poteva dar adito a tante interpretazioni ma, soprattutto, a tante fantasie di un certo tipo.
Roberta iniziò quindi a seguire le lezioni del professore. L’uomo le piaceva tantissimo, ma aveva il terrore a confessarselo. Figurarsi, quarant’anni, single, bellissimo, certamente non aveva bisogno di una diciottenne come lei, così inesperta e così poco disinibita… Chissà quali donne passavamo per quella mansarda che sapeva molto di alcova. E un giorno si scoprì, sotto la doccia, a pensare a lui, e le carezze furono particolari, sapienti… Ma intanto passavano le settimane. Il professor Silvestri era indubbiamente un bravo insegnante di latino. E i risultati si vedevano. I miglioramenti erano senza dubbio significativi.
Ma, dopo alcune settimane, si verificarono pure i primi incidenti di percorso. Un giorno arrivò leggermente in anticipo e incrociò una splendida donna che era appena uscita dalla mansarda del professore tutta affannata. Roberta entrò nell’appartamento.
“Arrivo subito – le urlò l’uomo – Sono sotto la doccia.”
Era evidente che il prof aveva appena finito di scopare la bionda con la quale si era quasi scontrata fuori della porta. Roberta si sedette di fronte alla scrivania e, casualmente si accorse che da quella posizione poteva intravedere l’ingresso del bagno e, soprattutto, il box doccia dove il prof si stava rigenerando. I vetri erano opachi, ma non troppo. E per la prima volta Roberta lo vide nudo. Non sapeva se lui si stesse accorgendo di essere spiato. Ma lei guardò, con piacere e attenzione. E si intravedeva tutto. Anche quella cosa che, a distanza, sembrava una piccola proboscide. L’uomo aveva effettivamente un pene di dimensioni veramente asinine. La porta del box si aprì, la giovane donna si ritrasse e finse di nulla. Ma la splendida visione, anche se offuscata, dello splendido corpo del professor la turbò e la tormentò per tante notti.
Passò una settimana. Quel pene asinino dell’uomo continuava a turbarla. Persino la scena della sborrata nei jeans del bel Francesco era diventata un lontano ricordo. Il tutto degenerò alcuni giorni dopo. Volutamente Roberta giunse nuovamente in anticipo. Suonò e il prof le aprì il cancello e la porta d’ingresso. Appena entrata Roberto sentì il professore.
“Roberta, aspetta di là perché sto finendo qui in camera da letto il programma del lettino abbronzante. Mi mancano ancora quindici minuti. Ma tu sei in anticipo…”
”Va bene prof – rispose Roberta – . L’aspetto qui seduta sul divano….”
E si sedette. Ma la mansarda era piccola e piena di specchi. E, per caso, dalla sua posizione, per uno strano gioco di riflessioni Roberta riuscì a vedere il prof mentre, disteso a ventre in giù sul letto stava finendo il programma di abbronzatura giornaliero. Era bellissimo, nudo. Abbronzantissimo, il culo rotondo e muscoloso. L’abbronzatura integrale impreziosiva il tutto. E poi, sempre con gli occhi socchiusi, lo vide girarsi. E. finalmente, riuscì a vedere quello che giorni prima aveva solo intravisto e che l’aveva tanto incuriosita. Il cazzo del professor Silvestri. Era enorme, anche se non le sembrava fosse in erezione. Non aveva mai visto una cosa del genere. L’aveva solo sfiorato, quello di Francesco. Scuro, era grosso e aveva una lunghezza di almeno venti centimetri. Rossa, quasi viola, una grossa cappella dava un aspetto ancora più equino al membro del maschio. Ma ciò che la impressionò furono quelli, i due suoi coglioni. Erano grigi, grandissimi, gonfi. Erano i giusti attributi di uno splendido maschio quarantenne.
Roberta ne rimase impressionata. Il tutto era grande, enorme. Lei non avrebbe mai potuto sopportare un coso del genere. La sua fighetta, vergine, non avrebbe mai potuto sopportare un membro di quelle dimensioni. Per non parlare poi di tutta quella roba che, alla fine, ne viene fuori… Sì, quella roba che gli uomini, quando raggiungono il loro orgasmo, fanno zampillare… Abbassò lo sguardo. E fu a quel punto che sentì la voce del prof.
“Tesoro – si sentì così chiamare per la prima volta – . Accidenti a questi specchi. Ma tu potevi anche dirmelo… Io non me ne sono accorto. E tu ti sei visto uno spettacolino molto carino, vero…?”
Roberta si sentì sprofondare. La vergogna le fece dire solamente un timido “Mi scusi, non volevo…”.
Il prof, passati ancora cinque minuti, si rivestì e raggiunse la ragazza di fronte alla scrivania.
“Oggi saltiamo la lezione. Visti i tuoi miglioramenti possiamo permettercelo. E poi, visto che siamo ormai così in confidenza – aggiunse con un tono provocatorio – possiamo parlare anche d’altro. Soprattutto perché tu sei una bellissima ragazza.”
“Va bene – rispose Roberta – . Non mi metta a disagio, però… Non sono abituata a parlare di certe cose, soprattutto con un uomo come lei…”
“Non eri per nulla imbarazzata prima, mi sembra…” le rispose secco il pro.
“Mi scusi, non volevo veramente disturbarla. Mi creda.” ripetè Roberta ben sapendo di non convincere l’uomo.
“Hai il ragazzo ? O per lo meno hai un uomo che rendi felice ? Mi capisci, vero ?” le chiese subito l’uomo.
“Sì. Anzi no… O per lo meno non come lo intende lei… Non ho, insomma, un uomo.” sussurrò Roberta, che ben aveva capito ormai il tipo di conversazione cui sarebbe stata sottoposta per punizione.
“Non fai l’amore ? E cosa fai allora con questi benedetti ragazzi ?”
“Nulla, o quasi nulla – ammise la ragazza – Mi piace tormentarli. Ma sono ragazzini, tutti miei coetanei. Sono come delle bestioline in calore. E io non sopporto essere trattata come una cavallina. Insomma, avrà capito, sono ancora vergine. In tanti hanno tentato, con le buone o con le cattive di farmi per lo meno partecipare… Qualcuno ha anche tentato di mettermelo in mano, il coso… Ma io non li ho accontentati e li ho costretti a recarsi al bagno… E l’idea che li avevo eccitati a tal punto da costringerli a fare quella roba mi quasi divertiva… Mi capisce, vero ?”
Il professore la interruppe.
“Ascolta, prima di continuare, ti devo far fare una cosa. Ti sei mai spogliata completamente davanti a un uomo ?”
“No, solamente dal medico – rispose preoccupata la bella Roberta  Mi vergogno. Ai vari ragazzi che ho conosciuto ho concesso solo il seno… Al mare uso il bikini, piccolissimo, ma completo… Non mi piace neppure il topless, perché non sopporto di mostrare le mie tettine a tutti. Non prendo quindi, a differenza di lei, neppure l’abbronzatura integrale, neanche nei centri fitness.”
“Ho capito , tesoro – la interruppe l’uomo – C’è sempre una prima volta. Tu mi ha spiato. Senza chiedermelo hai voluto vedermi come ero fatto. E ora lo voglio io, scoprirti. Spogliati. E non preoccuparti e non vergognarti. Per aiutarti, di nuovo, ti mostro anch’io il mio corpo.”
Così facendo si alzò, si sfilò lentamente davanti a Roberta l’accappatoio e si spaparanzò sul divano in attesa dello spogliarello della bella femmina che gli stava di fronte. La scena lo stava eccitando. Il suo membro iniziava infatti a mostrare una notevole erezione e aveva assunto dimensioni preoccupanti.
“La prego – piagnucolò Roberta, che aveva abbassato lo sguardo per non vedere lo spogliarello dell’uomo  Io non l’ho mai fatto. Mi vergogno. E poi, davanti a lei, un uomo di quarant’anni… Non oso pensare cosa potrebbe essere in grado di inventarsi. La prego… Non ho alcuna esperienza… Non sono come le donne che lei conosce.”
“Ho capito – la interruppe il prof – Tu vuoi che ti aiuti, vero ?”
La giovane donna diventò rossa in volto e il suo silenzio sembrò un permesso. L’uomo si alzò dal divano e si pose di fronte alla donna. E inizio a sfilarle la leggerissima gonnellina. Appena questa cadde Roberta con le mani tentò di coprirsi il pube. Il mini slip rosa di pizzo non riusciva infatti a nascondere quello c’era sotto. L’uomo sorrise per il buffo tentativo. Sbottonata la camicetta l’uomo la fece volare sul divano. E a questo punto tornò a sedersi. Voleva vedere Roberta in imbarazzo, con solo lo slip e il reggiseno addosso. “Ancora o basta così ?” chiese la ragazza.
Il prof non rispose e si alzò.
“La prego…” sussurrò la bella Roberta.
Ma non finì di dire che il reggiseno le fu slacciato e subito dopo l’uomo, piegatosi, le sfilò gli slip. Roberta serrò i pugni mentre il professore, inginocchiato le sfiorò con un bacio il suo bellissimo boschetto. Era nerissimo e riccioluto. Roberta, completamente nuda davanti all’uomo, iniziò a sospirare. Era bellissima, nuda. La fighetta era ben visibile e i nerissimi peli la imbellivano ancor più. Il piccolo triangolino nero era curatissimo e ciò dimostrava quanto Roberta fosse pronta ad offrire il suo sesso alla vista di un uomo. E infatti, ritta in piedi, guardando il prof che la fissava proprio lì si eccitò. Ancor più quando questi le intimò di raccogliersi con le dita i lunghi capelli neri dietro la nuca. Così facendo infatti fu costretta a esibirsi ulteriormente. E notò quanto l’uomo apprezzasse la sua figa. Il cazzo del professore aveva raggiunto infatti dimensioni asinine e la cappella era diventata viola.
“Sei bellissima.” le disse il prof.
“Posso andare, ora ?” chiese Roberta, imbarazzatssima in quella posizione.
“Sì, la prima lezione è finita. Spero che tu abbia capito che non sempre si può comandare. La prossima volta ti proporrò la seconda lezione. Se vorrai. Sei libera di finire qui la nostra serie di lezioni di recupero…”
Roberta se ne andò sbattendo la porta. Per due giorni e per due notti rivide la scena del bel professore che eccitato la spoglia e la ammira come nessun altro maschio aveva mai fatto. E rimanere nuda davanti a lui era stato molto piacevole… E ci sarebbe stata anche una seconda lezione, se l’avesse voluto. E aveva paura. Questa volta l’uomo, se si fosse presentata nella sua tana, non si sarebbe certamente limitato a mostrarsi e a volerla ammirare… Avrebbe voluto sicuramente qualcosa di più. Ma cosa ? La preoccupavano inoltre le dimensioni del sesso dell’uomo. E se avesse voluto possederla ? Era vergine ! Incularla ? Non ne se parla nemmeno, l’avrebbe sfondata ! Forse avrebbe voluto solamente farla lavorare. Ma come ? Sapeva benissimo come si poteva far venir un ragazzo di diciotto anni. Ma un uomo di quarant’anni è ben diverso. Cosa avrebbe voluto che facesse in particolare per farlo venire. E poi quei coglioni, grigi, enormi, pesanti e pieni di quella roba lì… Lei non l’aveva mai vista e men che meno assaporata. Delle amiche però le avevano confessato che lo sperma dei loro ragazzi che erano state costrette a gustare era bollente, aspro e attaccaticcio. Ed era sperma di ragazzi giovani. Ben diverso, riteneva, era la sborra di quello splendido quarantenne. E se l’avesse costretta a fargli una sega o un pompino ? E se l’avesse obbligata a bere ? Fino ad ora era riuscita sempre ad evitarlo… Ma questa volta difficilmente sarebbe potuta scappare. E se andava nella tana del lupo, avrebbe significato che era pronta ad accettare tutto. Ma proprio tutto…
Alle quattro del pomeriggio di due giorni dopo Roberta fece suonare il campanello della mansardina del professore.
“Sali !” si sentì dire.
Trovò la porta d’ingresso socchiusa.
“Vieni pure avanti, sono nella camera da letto.” la invitò il professore.
“E’ già li ? Non perde tempo, lei !” esclamò la giovane donna.
Aperta lentamente la porta si trovò di fronte uno spettacolo per lo meno inquietante. L’uomo era completamente nudo, sdraiato a gambe larghe, in una posizione oscena. In bella vista, ai piedi del letto, dei lacci indubbiamente inquietanti. Roberta pensò di scappare. Invece rimase lì, immobile, come fosse in attesa di ordini. Che puntualmente giunsero, decisi e senza alcuna possibilità di replica.
“Levati tutto quello che hai addosso e inginocchiati tra le mie gambe. Devi incominciare a conoscere il profumo di un maschio. O, meglio, il profumo che ha il cazzo di un uomo.”
“Non così, la prego – replicò per l’ultima volta Roberta – Un po’ di dolcezza…”
L’uomo non replicò ma fece intendere alla giovane donna che non c’era più tempo. In pochi secondi infatti Roberta si spogliò. Si inginocchiò sul bordo del letto. Rimase lì immobile per qualche secondo. Poi, lentamente, si trascinò, sempre sulle ginocchia, fino a dove doveva andare. Quando raggiunse la posizione voluta l’uomo serrò le gambe e bloccò la donna con una presa ferrea. Ecco, era prigioniera. Lo sapeva ed era piacevolmente rassegnata.
“Brava – le disse il prof – E adesso, con le dita di tutte e due le mani, inizia ad accarezzarmi tutto. Inizia dalle palle, e poi lentamente salì, fin su, fin sulla cappella. Non preoccuparti se vedrai uscire qualche gocciolina… L’orgasmo vero, quello che vedrai dopo, deciderò io quando raggiungerlo. E dopo le carezze, sempre con tutte e due le mani potrai iniziare a farmi una sega. Devi prima scappellarmi tutto e poi iniziare un bellissimo su e giù. E sarà molto piacevole sentire il tuo cambio di ritmo. Prima lenta, poi veloce. Saprai farla, vero, questa bellissima sega ? Anche se non lo hai mai fatto, te l’avranno raccontato le amiche, o l’avrai visto fare al cinema…”
“Sì, una volta. Un ragazzo, ingannandomi, mi portò al cinema a vedere un film porno. E dovetti sorbirmi tutte quelle robe lì… Poi voleva, il ragazzo, che anch’io, sulla poltroncina del cinema, imitassi l’attrice. E tirò fuori il coso, convinto che gli facessi il lavoretto. Io neppure lo guardai e lo lascia lì… da solo. ‘Almeno guardami mentre mi faccio da solo la sega che dovresti farmi tu’ mi rimproverò. Io mi girai invece dall’altra parte. Lo sentì ben presto ansimare e, poi, il rumore degli schizzi di quella robaccia che andavano sbattere sulla poltroncina davanti… Usciti dal cinema. Non gli parlai più. E non volli più vederlo”.
“Forse quella volta non eri ancora pronta. Oggi lo sei, Roberta. E sei, ora, nel mio letto, una bellissima femmina che deve far sborrare il maschio che ha davanti. Coraggio, mostrami quanto sei brava !”
A quelle parole Roberta divenne rossa rossa, socchiuse gli occhi e si piegò leggermente in avanti. Con entrambe le mani, ubbidendo al comando dell’uomo, raccolse tra le dita i due coglioni. Per la prima volta sentì tra le sue mani, il sesso di un maschio. Le due palle, grigie e rugose, erano calde, enormi e soprattutto pesanti perché piene. Immaginava benissimo di cosa.
“Vado bene così, amore ? – chiese già trasognante Roberta Ti piace?”
“Sei bravissima tesoro, continua così – le rispose il prof – Ora puoi iniziare anche ad accarezzare il resto.”
Incoraggiata, Roberta risalì lentamente la lunghissima e grossa asta dell’uomo. Era bellissima, Roberta. E al prof piaceva guardarla da vicino, studiandola. E presto la giovane donna raggiunse la cappella. Era rossa. E divenne prestissimo quasi viola. E improvvisamente senti le punte delle sue dita inumidirsi. Eccole. Le due goccioline di sperma, le prime due goccioline di maschio che sentiva, si attaccarono sui polpastrelli e sulle unghie delle dita. Erano bollenti e appiccicose. E, contemporaneamente, senza volerlo, lei stessa, venne travolta dal piacere. Sospirò e sentì il suo umore uscire dalla sua fighetta e bagnarle l’interno delle cosce. Anche il prof se ne accorse.
“Godi, Roberta, godi. Perché tra poco farai godere anche me. Sei una grande femmina. Calda e appassionata. Continua, puoi iniziare anche a segarmi se vuoi. Su e giù, come vuoi, lentamente. Poi, quando vuoi farmi venire, aumenta il ritmo. Vedrai, ti piacerà. E ti piacerà soprattutto, quando vedrai i primi fiotti del mio sperma, raccoglierlo tutto nelle mani. Ti piacerà sentirlo tuo, il mio seme.”
Queste parole eccitarono ancor più Roberta che iniziò il lento movimento lungo tutta l’asta del cazzo dell’uomo. Le piaceva scappellarlo completamente, fino quasi a fargli male, e scendere giù con le dita fin giù, fin quasi all’attaccatura del pube. Il prof era ormai allo stremo. Anche lei godeva senza sosta, senza più alcun ritegno. Il suo miele colava lungo le cosce e lasciava traccia ben visibile sul lenzuolo.
“Fammi sborrare, ora! – le intimò l’uomo che non voleva più trattenersi – Voglio riempirti le mani. Cattura tutti gli schizzi che puoi. Ti piacerà…”
E Roberta dovette ubbidire. Per la prima volta in vita sua doveva far sborrare il cazzo che gli stava davanti. Iniziò velocemente ad andare su e giù con tutte e due le mani. Il cazzo le se gonfiò ancor più in mano, la cappella era divenuta marrone. Ma l’uomo non veniva. Anzi, vedendola così impegnata, le sorrideva con gli occhi socchiusi.
“Dai, ti prego, vieni. Va bene, metterò sopra le mani, così raccoglierò tutto.. Ma vieni, sono stanchissima.”
“E’ bellissimo e sei bravissima. Adesso vengo…”
E infatti il primo schizzo caldo e pesante inondò la mano di Roberta la quale si precipitò a coprire anche con l’altra mano la cappella che stava esplodendo e schizzando in continuazione. In pochi secondi le mani le si riempirono della sborra del professor Silvestri. E il cazzo continuava a pulsargli nella mano. Era bellissimo. Aveva fatto sborrare in quel modo il primo uomo della sua vita. Finalmente gli schizzi cessarono. Roberta alzò le mani piena di sperma al cielo a dimostrazione di come aveva ubbidito ai desideri dell’uomo. Le avvicinò al viso, per guardare da vicino la sborra del prof. Era bianca e non aveva proprio un bell’odore. Iniziò quindi a muovere contemporaneamente tutte le dita, perché attaccaticce. Tutta la stanza era invasa dall’odore di sperma.
“Che puzza ! Non l’avete proprio profumata… – rimproverò Roberta l’uomo – Ora capisco perché noi donne, anche se ci piace fare certe cose, poi, alla fine, scappiamo !”
“Tu proprio non scappi – la interruppe il prof – La tua prestazione non è finita.”
“Cosa vuole dire – subito esclamò preoccupata la bella Roberta – Ha ottenuto da me quello che nessun uomo prima aveva mai ottenuto. E più di questo non posso… Lo sa, glielo ho già detto, sono vergine. E soprattutto, la prego, non sono protetta… Non posso ! Non mi vorrà mica ingravidare ! E poi, mi scusi, mi sembra che si sia già ben sfogato !”
“Non ti preoccupare. Volevo vederti nuda e tu mi ha concesso la visione della tua bellissima fighetta. Non sarebbe giusto che ti violassi senza che tu lo volessi. Mi hai regalato una bellissima sega e hai voluto mostrarmi tutto il tuo apprezzamento per il mio sperma. Ma voi donne sapete fare tante altre belle cose. Se poi le fa una donna che non le ha mai fatte per l’uomo che ne assapora la primizia è un delirio di piacere.”
“Ti prego, basta. Mi fai paura – urlò quasi Roberta sinceramente preoccupata vedendo l’uomo avvicinarsi ai lacci che aveva visto ai piedi del letto – Cosa vorresti che facessi, ancora…”
“Ha mai sentito parlare di bondage ?- le chiese l’uomo – E’ un altro raffinatissimo modo di godere di molte coppie molto disinibite e affiatate.”
“No, ti prego – lo interruppe la ragazza iniziando a intuire – Vuoi farmi sentire come una schiava o come una cavalla in calore !”
“E’ vero, ma se accetterai godrai tanto perché sei una femmina a cui piace godere, tanto e senza ritegno. Me ne sono accorto, sai.”
“E cosa dovrei fare, cosa c’entrano quei lacci ?”
“Amore, adesso tu verrai al mio posto sul letto e ti inginocchierai. Con questi lacci fissati dietro di te alla struttura del letto, dolcemente ti immobilizzerò da dietro tirandoti leggermente sia le caviglie che i polsi che pure ti legherò. Se non vuoi vedere ti posso anche bendare. Ma sono certo che non lo vorrai. Assumerai così per me una bellissima posizione. Infatti io approfittando del fatto che tu sei legata e sei costretta a subire, salirò anch’io sul letto e ti chiederò di amare il mio cazzo con la bocca. Dovrai prima con la lingua pulirlo per bene, poi dovrai fare una cosa che non hai mai fatto. Dovrai spompinarmi. Lo so, non lo hai mai fatto. Ma vedrai, ti piacerà. Il sapere di doverti insegnare a fare una cosa che non hai mai fatto a nessun altro uomo mi eccita. Così sarai capace di ricreare un’altra mia bellissima erezione. Che sarà tutta tua. E poi, alla fine… beh la fine te la puoi immaginare… Sappi che tutto ciò le donne che vengono spesso a trovarmi qui lo fanno sempre e ben volentieri. E non glielo chiedo io. Ma soprattutto, alla fine, vogliono bere tutto, avidamente. Oh sì, dicono sempre che è puzzolente e che ha un sapore nauseabondo, ma, alla fine, poi, non si sono mai tirate indietro. Anzi…”
Roberta rimase a lungo in silenzio sempre osservando il professore che disteso sul letto con il cazzo ancora gocciolante la guardava con un sorrisetto enigmatico. Poi, quasi di scatto, risalì sul letto.
“Dovrai aiutarmi. Fai tutto tu. Mi metto nelle tue mani ma sappi che non so farlo. Oggi, per la prima volta, ho masturbato un uomo. Ora mi chiedi, oltre a tutto il resto, anche di succhiargli il pene e di berne lo sperma. Vomiterò !” Ma mentre esprimeva questi suoi dubbi, contemporaneamente offriva i polsi e le caviglie ai lacci che l’uomo aveva già fissato alle estremità del letto, dietro la schiena della donna. Immobilizzata, il prof tirò le brevi cordicelle. Roberta si ritrovò così inginocchiata sul letto, con le braccia e le gambe tirate all’indietro e con il ventre, le tettine e il volto tutti protesi invece in avanti. Una posizione eccitante al massimo.
“Vuoi che ti bendi ?” chiese l’uomo.
“No, voglio vederti” le rispose Roberta.
Il prof salì sul letto. Si avvicinò alla preda e le schiacciò il suo ventre sul volto. Allargò leggermente le gambe e dolcemente sollevò il volto di Roberta che, in un istintivo momento di pudore, aveva abbassato. Ecco la posizione era ora perfetta. Il pene dell’uomo, che assomigliava a una piccola proboscide, si appoggiava sulle labbra della donna completamente immobilizzata.
“Bene, amore, puoi iniziare a pulirmelo con la lingua. Cosi facendo avrai la soddisfazione di risvegliarlo e vederlo rizzarsi e prepararsi per il gran finale.”
“Ma è enorme – si lamentò subito Roberta – E poi è ancora gocciolante e puzza. Non mi piace. Ci impiegherò tantissimo tempo per farlo rizzare…” Ma intanto sentiva già la sua fighetta inumidirsi.
“Sì, è vero, ci vorrà un po’ di pazienza. Ma vedrai che gli effetti si vedranno presto.”
E Roberta, in silenzio, estrasse la lingua, la appuntì e iniziò a insalivare tutto il cazzo del professore. Pensava che per iniziare fosse la cosa migliore. La preoccupava l’idea che, prima o poi, avrebbe dovuto anche spalancare la bocca e farsi penetrare da quell’enorme verga di carne pulsante. Ma forse, pensava, fare il pompino al professor Silvestri, quello che aveva voluto veder nudo sotto la doccia e sotto le lampada Uva, o quello che aveva appena finito di segare, le sarebbe piaciuto. Un po’ meno le piaceva come era costretta a farlo e soprattutto il gran finale al quale, dopo, sarebbe stata costretta.
“Ora, spalanca la bocca più possibile e prendilo tutto in bocca ! – le ordinò l’uomo – E vai su e giù, fallo entrare fino in fondo alla gola. E con la lingua, pure, divertiti, fingi di leccare un grosso gelato alla crema. Vedrai, ti piacerà…”
Roberta ubbidì puntando i suoi occhi in quelli del professore che cominciavano sempre più a socchiudersi.
“Ma è enorme, non ce la faccio a prenderlo tutto… – si lamentò la giovane donna – Mi fa vomitare… E poi legata come sono non riesco a muovermi ed aiutarmi per prenderlo…”
Ma intanto leccava e con la lingua appuntita tormentava la fessurina da dove pensava sarebbero usciti i fiotti di quella roba li… Il membro dell’uomo intanto si era nuovamente ingigantito a dismisura e le riempiva tutta la bocca e la gola. Faceva fatica a respirare. E intanto anche lei si bagnava. Non riusciva più a nascondere il piacere che provava a spompinare quel bellissimo maschio che le stava gemendo davanti. La preoccupava però il gonfiore di quelle due enormi palle che sentiva sbattere sul suo bel visetto.
“Sei bravissima. Ma ora lascia che ti scopi la bocca…”, disse l’uomo.
Roberta non capì ma lasciò fare. E l’uomo così iniziò, con una certa violenza, a stantuffare con il cazzo dentro la sua bocca. E Roberta temette che il gran momento fosse ormai giunto. Lo intuì in particolare quando si sentì bloccare il volto da una stretta presa delle mani dell’uomo. Non poteva più scappare. “Adesso vengo… Bevi, bevi tutto !” urlo il prof.
Roberta cercò di muoversi in un tentativo goffo di salvare la bocca. Non ci riuscì e sentì i primi fiotti di un caldissimo liquido scenderle nella gola. Era lo sperma dell’uomo che la inondava. Sentiva che stava per vomitare. L’uomo estrasse per un attimo il cazzo. Voleva anche umiliare Roberta schizzandole sul bel volto. E così gli schizzi colpirono gli occhi azzurri, il naso, le labbra e anche i bellissimi capelli neri. Il viso di Roberta era diventato una maschera piena di sborra.
“Oh no, almeno questo no… – si lamentò la giovane donna – Non hai pietà.”
“O si – le rispose l’uomo – voglio solo farti capire cosa volevano farti tutti quei ragazzini che hai costretto, dopo esserti tu stessa divertita, a farsi le seghe da soli ! Non hai avuto tu pietà di loro ! Io li sto solo un po‘ vendicando.”
Per gli ultimi schizzi risospinse il membro tra le labbra della donna. Anche la bocca fu quindi riempita di nuovo. E Roberta conobbe così anche l’odore acre della sborra dell’uomo.
Svuotatosi, senza parole, il prof scivolò giù dal letto e si gettò sotto la doccia. Gli piaceva l’idea di lasciare Roberta immobilizzata, sporca del suo sperma, in mezzo al letto. Sapeva che era ovviamente imbarazzata. Aveva buttato già tutto, ma lo sperma continuava a colarle sul volto. Anche le tettine erano state raggiunte dal bianchissimo liquido seminale dell’uomo.
“Ti piace vedermi così, vero? – gli chiese quando l’uomo, rigenerato dalla doccia, ritornò nella camera da letto – Ti piace, vero, vedermi nuda, legata e ricoperta tutta della tua robaccia. Che puzza, per giunta ! Slegami ora, ti prego. E poi fammi sentire donna, invece che cavallina… Se vuoi, puoi, facendo attenzione…”
Roberta chiedeva di essere chiavata, anzi sverginata.
Il prof sorrise. Liberò dai lacci Roberta. Poi si levò l’accappatoio e si distese in silenzio in mezzo al letto. Si offriva ai desideri della donna. Questa si adagiò al fianco del maschio e iniziò, senza proferir parola, un lunghissimo e dolcissimo pompino. E lo accompagnava con le dita, a languide carezze sul pube e sul petto.
“Ce l’hai di nuovo in piena forma – gli disse soddisfatta dopo qualche minuto – Tutto merito mio, questa volta. Ho imparato bene, vero ? Mi raccomando. Stai attento. Non venirmi dentro, assolutamente… Non ho dubbi, però sulla tua fantasia…”
E si impalò, bruscamente. Era infatti già tutta bagnata e aveva deciso di perdere in quel modo la verginità. Il cazzo entrò tutto, in profondità, superando tutti gli ostacoli. Era stata prepotente. E Roberta iniziò a cavalcare freneticamente. Voleva prenderselo tutto, il cazzo. Ma le sorprese, per lei, non erano finite. A un certo punto il prof si svincolò e senza dir nulla con le braccia rivoltò la donna. Le sollevò quindi il bellissimo culetto. Roberta non lo sapeva, ma aveva assunto una splendida posizione. Alla pecorina.
“Cosa fai ? Cosa vuoi adesso ? – chiese al quanto preoccupata – Non vorrai mica anche quello… Ce l’hai troppo grande !”
“Sì, voglio il culetto. E’ troppo bello. E così potrò ancora riempirti di sperma, nell’intestino però, come volevi tu… Non ti farò troppo male,,,”
“Oh noo…” sospirò supplichevole Roberta che cominciò a dimenarsi. Ma il prof, repentinamente, la bloccò e con un unico affondo le sfondò il buchino dello splendido culetto che, deflorato, rimase immobile e facilitò la penetrazione. “Mi hai fatto male – disse la giovane donna mentre si sgrillettava violentemente nel tentativo di lenire il dolore con un ennesimo orgasmo – Potevi almeno essere un po’ più dolce ed aiutarmi in qualche modo. Era troppo grosso. Ho sentito poi che certi usano un po’ di burro…”
Ma non aveva finito di dire che sentì, ancora una volta, l’uomo scaricare tutto se stesso nel suo intestino. E intanto l’uomo continuava però a spingere e nonostante la sborra che le scorreva dentro l’enorme cappella del prof continuava a farle male… Ma ormai era tutto finito. L’uomo la baciò a suggello di quello che c’era stato.
Non si sarebbero più rivisti.
Il professor Silvestri risenti la bella Roberta un mese dopo. Era in montagna. Aveva potuto infatti partecipare alla settimana bianca con la sua classe. Gli confessò che la notte prima aveva regalato tutta se stessa, finalmente, a Francesco, il bel biondino suo compagno di classe. Era stato un ottimo stallone, il ragazzino. Come aveva previsto aveva un gran bel cazzo. L’aveva fatto sborrare tre volte e lui l’aveva riempita dappertutto. Era impazzito dal piacere e, naturalmente, non si era accorto che un altro uomo l’aveva già violata in tutti i suoi buchini. Infatti, il poter farsi spompinare dalla bellissima Roberta nel cesso dell’albergo e poter alla fine far zampillare il suo sperma nella bocca della più bella della classe gli era bastato…
Ma in quella settimana Francesco non fu l’unico. Il professor di ginnastica era troppo bello. Perché no ? Roberta aveva ormai imparato alla perfezione la lezione !

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