H11 – Ena – Opera buffa in quattro tempi
Preludio
Non amo le discoteche. Non amo quel genere di musica, martellante ed ossessivo, la calca, il modo di ballare degli astanti, tutti uguali, con delle movenze che non hanno alcun nesso con il ritmo della musica. Penso, almeno di musica, di capirne almeno un po’, visti gli anni ed il diploma di Conservatorio, ma se esprimo queste opinioni alle mie coinquiline, vengo bollata come ‘vecchia’.
Così, la sera che la mia coinquilina mi propose di andare con lei in questo locale con serata Dj, mostrai tranquillamente il mio poco entusiasmo. Non ero, ultimamente, dell’umore giusto per uscire, dopo una storia finita male e mi dedicavo pressochè solo al lavoro.
Le sue insistenze, però, erano incredibili. Mi mostrò che questo locale non era solo una discoteca, che se non volevo ballare c’erano anche altre stanze, e che quella sera il Dj, o meglio ‘LA’ Dj, era una che aveva già visto in altri locali, che solitamente mescolava un po’ tutti i generi musicali, e che non c’era solo musica martellante e monotona.
Alla fine mi convinsi, sia perchè stare sola in casa un’altra sera non mi era congeniale, sia perchè effettivamente ero arrivata ad un punto morto con il lavoro.
Così dopo cena ci preparammo ed uscimmo.
Il locale era piuttosto pieno, e la sala in cui entravamo era composta da una grande pista circolare, sulla quale qualcuno ballava già, circondata da un anello più alto su cui stavano alcuni divanetti e tavolini, e ancora più in alto, ma solo su un lato, una specie di balconata, su cui stavano tavolini più grandi.
Dirimpetto alla balconata stava la postazione del Dj. Era evidentemente la sala più grande del locale, e pensai che alla fin fine questa Dj non doveva essere proprio l’ultima arrivata, perchè le dessero la sala più grande.
Subito salimmo la scala per prenderci un paio di tavolini proprio sul bordo della balconata. Effettivamente, erano gli unici dove si poteva stare tranquilli, se non si voleva avere la calca che ballava ad un mezzo metro.
“‘Sta Dj non mi pare diversa dagli altri.” commentai, guardando una ragazza bionda che trafficava alla consolle. La musica, infatti, era una normalissima ‘house’.
” Emh… quella è un tecnico, credo. Sta provando le casse con dei CD qualsiasi.”
“…Uoops…” arrossii, e per uscire dall’imbarazzo presi le prenotazioni delle mie amiche, ed andai al bar a ordinare.
Overtoure
Ordinai al barista, che si mise al lavoro. Di fianco a me c’era già un trentenne semiubriaco, una coppietta che si slinguazzava, ed una ragazza dai capelli corti che beveva da un bicchiere una Guinness media, fissando il bancone.
Sorrisi, mai avrei pensato di trovare un’altra persona che, in un locale piuttosto fighetto, in cui si servono praticamente solo superalcolici dai nomi esotici e colori sgargianti, potesse ordinare una Guinness.
Intanto il barista mise su un vassoio il cocktail di una mia amica, e spillò la mia Guinness.
“Ottima scelta.” sentii dire alla mia sinistra.
La ragazza continuava a fissare il bancone, ed alzò il bicchiere sorridendo. “Altro che queste poltiglie da fighette.”
Il barista, forse impuntatosi per i commenti sui suoi cocktail, le disse: “Questo ordinano, e questo faccio.”
Mi soffermai a guardare meglio la ragazza. I suoi capelli corti erano spettinati, ma con coscienza, era la sua acconciatura.
Un viso dai tratti decisi e dalla pelle chiara stava sotto di loro, con un bel naso, occhi penetranti e labbra carnose.
Il tutto contornato da un trucco un po’ indefinibile per me.
Gotico? Dark? Zombiesco?
Quel che era era, fattostà che le sue labbra erano di un colore tra il viola e il bordeaux ed i suoi capelli decisamente bordeaux. Non era un trucco che mi piacesse molto, ma non ebbi tempo di rifletterci troppo, perchè si voltò verso di me.
“Non sembri una che ama questi locali, eh?” mi disse guardandomi.
Le sorrisi, rispondendole “Da che lo capisci?”
Mi indicò con il dito, sempre tenendo la sua birra in mano.
“Camicetta, jeans, scarpe da ginnastica… Di solito qui si sta in minigonne, tacchi e se va bene, top risicati. Deduco che tu stasera non ballerai.”
Scoppiai a a ridere.
“Esatto…non sono un tipo da discoteca. E poi stasera ci sarà l’ennesima serata di musica tamarra, e ballare con una mano alzata e molleggiare il sedere non è il mio ideale.”
Sorseggiò la sua birra, dicendomi. “Non la definirei musica tamarra…”
La guardai. “Beh… C’è pure un Dj stasera… Che vuoi che metta su? Tchaikowkji? Metterà su roba da discoteca.”
Scoppiò quasi a ridere, nel bicchiere, spruzzandoci dentro dalla bocca la birra appena bevuta. Le avevo fatto andare di traverso il sorso.
Alzò lo sguardo su di me, dicendomi: “Oddio…mi fai quasi strangolare… Tchaikowskji…” si ricompose un secondo.
“E se stasera ci fosse proprio Tchaikowskji?” mi sorrise. “non tutti i Dj hanno una cultura musicale che riguarda solo musica da discoteca.”
I miei bicchieri, intento, erano pronti, e sentii urlare la mia coinquilina, dall’alto “Abbiamo seteeee!”.
Chiusi quindi la conversazione, sorridendo ed accennando alle assetate amiche.
“Non dico certo di no, ma finora non ne ho ancora incontrati. Vedremo che metterà su, direi.”
Si alzò anche lei, e notai che era alta come me, con un top a benda che le copriva solo i seni, jeans e scarpe da ginnastica alte.
“Nemmeno tu sembri una che stasera ballerà, eh?” le sorrisi.
Sorrise di rimando, scendendo gli scalini che portavano alla pista, e girandosi mi disse:
“Il Dj fa ballare, non balla!” Arrossii, conscia della mia figura di merda.
Qualche minuto dopo ero al tavolo, le mie amiche sorseggiavano i loro beveraggi, ed io spiavo dall’alto la Dj.
Il locale intanto si era riempito, la musica era cessata, e le luci si sistemarono ad hoc per la serata.
La Dj salutò con una mano alzata tutti i presenti, e dopo qualche battuta per scaldarli, diede in pasto alla folla il suo primo pezzo.
“Non credevo di dedicarlo a nessuno, ma stasera ho cambiato idea.Questo pezzo è tutto per un’amante della Guinness e di Tchaikowskji!”
Un secondo dopo, adeguatamente miscelati con altre musiche in modo da renderli ballabili, rieccheggiarono i cannoni dell’Overtoure 1812.
Primo Movimento.
“Stasera, stasera glielo dico.”
Andandola a prendere, andando in pizzeria, andando al cinema, continuavo a pensarlo.
Ora ero lì, con lei, a camminare per la strada deserta verso l’auto, ed era il momento giusto.
Rimandai. Guidai fin sotto casa sua, chiacchierammo ancora del più e del meno, e ci salutammo.
Uscì dall’auto, e mi salutò ancora con la mano.
Sospirai.
“Aspetta… C’è… Una cosa che devo dirti.”.
La guardai, è bella come la sera che l’ho incontrata, forse anche di più, ora che la conosco.
Mi guarda sorridendo, interrogativa, dal finestrino.
“Io… A me… Lo sai che mi piacciono le donne.”
Annuisce. Non gliene ho mai fatto mistero.
“… Ma non lo sai che mi piaci tu. Tantissimo, da morire. Ed è la dichiarazione più penosa che io abbia mai fatto.”
Mi guarda, senza più sorridere.
“… Vai a dormire… Ci sentiamo domani.” Si gira e si allontana.
Parto e guido con le lacrime agli occhi, piangendo la mia stupidità.
Scherzo
Entro in casa, tornata dal lavoro.
Sul tavolo della cucina sta un vaso, con un grosso mazzo di rose scarlatte.
Ah, ma che belline… Le guardo sorridendo.
Sarà il ragazzo della mia coinquilina, ogni tanto le fa queste sorprese…
Rifletto un secondo se per caso è il loro anniversario o il suo compleanno.
No, non mi pare… Meno male, perchè non avrei un regalo per lei!
Passo in camera sua a salutarla, e la trovo intenta a studiare.
“Belle le rose… Il tuo ometto è proprio innamorato.”
Alza la testa e mi sorride. “Sì, lo è… Ma le rose non sono mie.”
Alzo un sopracciglio. Non mi risulta che nessuna delle persone che abita con noi sia fidanzata o compia gli anni o si sia laureata.
“Leggiti il biglietto che c’è in mezzo, va e fammi finire la pagina ed arrivo, mi serve un caffè!”
Torno in cucina, apro la piccola busta, e ci trovo un biglietto. Non credo ai miei occhi.
Le rose sono per me. Dopo una settimana di silenzio, lei si fa viva, con delle rose. Ed un appuntamento per la sera successiva.
La mia coinquilina mi prende dalle mani il biglietto e sorride.
“… Uh uh uh… Che tenere… Chiamala.”
No, un appuntamento è già fissato per la sera successiva sotto casa mia. Non si telefona. Si sta al gioco.
Secondo Movimento
“Che bella Luna…” Disse lei guardando il cielo, uscendo dal locale.
Bella la Luna? Bella sei tu…
“Che facciamo?” Si girò verso di me.
L’amore, sarebbe carino. Ma anche solo tenerti per mano.
“Quel che vuoi… Per me è uguale…”
“Stiamo ancora un po’ in giro, non mi va di tornare a casa…”
Perfetto.
Un’oretta dopo ci sedemmo su una panca in un Parco ancora aperto.
Silenzio… La Luna che illuminava come se fosse giorno, il tranquillo sciacquio del laghetto nel quale qualche anatra obesa dormiva galleggiando… Era il momento ideale.
Misi il braccio intorno alle sue spalle. Scoppiò a ridere, e guardandomi disse:
“Oddio, ma che approcci fai?”
Tolsi il braccio, arrossendo.
“Sai che sei bellissima quando arrossisci?” Mi carezzò una guancia (facendomi arrossire ancora di più), e avvicinò il suo viso ad un centimetro dal mio.
Plin- Plon!
Qui è il cervello di Ena: ci spiace, ma siamo momentaneamente assenti, riprovate più tardi!
Il suo viso ad un centimetro… Il suo sguardo… Le sue labbra morbide inarcate in un leggero sorriso…
“Baciala” disse una voce dentro Ena.
“Baciala” disse la Luna.
“Baciala” dissero le anatre obese, nella luce lunare.
“Baciala” disse il maniaco del parco, toccandosi il pacco.
Come sono calde queste labbra… Questa lingua che accarezzo con la mia… Che bella sensazione… Che buon sapore… Dio, che bello… No, non ti staccare…
La ragazza deglutì, sorridendo, mentre rimasi a bocca aperta.
Un secondo dopo lanciai il mio vero assalto, completamente fuori controllo.
La presi dietro la schiena e la tirai stretta a me, mentre con l’altra mano le afferravo la nuca.
Un attimo dopo, cercai quasi di mangiarmela, mentre la mia lingua impazzava nella calda, morbida, sensuale bocca della mia Dj.
Che, nonostante la violenza dell’assalto, apprezzò parecchio.
Fu un gran bel ricordo sia per me, che per le anatre obese, sia per il maniaco.
Terzo Movimento
Chiude la porta di casa sua dietro di me, e premendomi contro mi bacia, incontrando da parte mia una lieve resistenza.
“No, aspetta, non credo che sia una buona idea… Ci sono i tuoi…”
“Ssh… Non ci sentiranno, non preoccuparti.” Mi dice sorridendo.
Mi afferra la mano, la intravvedo ancora nella luce che filtra dalla finestrella della porta d’ingresso, e sento che mi tira.
Si orienta alla perfezione nel buio di casa sua, trascinandomi. Non vedo nulla intorno a me e non posso che seguirla, docile, mentre ci spostiamo.
Chissà quante notti è rientrata di nascosto, per conoscere così a fondo casa sua.
Si ferma, le vado quasi a sbattere contro.
“Ora c’è la scala… Facciamo piano. Qui c’è il corrimano.”
Mi appoggia la mano sul legno, e pian piano iniziamo a salire. Arriviamo in cima alle scale, attraversiamo il piccolo corridoio sul quale danno le stanze dei suoi fratelli.
Una tenue luce penetra da una finestra, la vedo farmi cenno di stare ferma, e la vedo dapprima aprire una porta, quella della stanza di sua sorella, richiuderla, e poi dare un’occhiata ai suoi fratellini. La vedo entrare nella stanza, guardo dentro e la osservo mentre sistema la coperta ad uno dei due, con un atteggiamento materno molto poco consono ad una ragazza che sta portandosi, alle tre di notte, l’amante in casa.
Chiude la porta, e mi riprende la mano, costringendomi a seguirla in camera sua, ovvero la mansarda dell’edificio. Appena entriamo, chiude a chiave la porta dietro di me. La stanza, complice una bella serie di abbaini, è inondata di luce lunare, azzurrognola e delicata.
Sorrido, perchè ricordo la stesa luce che entrava dal mio abbaino, quando vivevo ancora con i miei genitori.
Mi passa accanto, lasciando cadere la borsetta su una sedia, ed accasciandosi in una poltrona a sacco di colore nero.
Cammino piano per la stanza, facendo correre il mio sguardo sui poster appesi, sui suoi strumenti musicali, sulla sua immensa libreria di CD, cassette e vinili perfettamente catalogati.
“Prendi… Prendi il vinile che esce un pò… L’ho tenuto un poco fuori per fartelo vedere…”
Lo vedo, prendo il cartone tra le dita e lo estraggo con delicatezza. Frank Zappa, Hot Rats, 1969.
Sorrido con gli occhi spalancati. Sembra d’epoca.
“E’…” sollevo lo sguardo, vedendola annuire sorridente. Si sfila le scarpe e le calze. Ha dei piedini perfetti.
“Originale del sessantanove, prima edizione. Più di quello c’è solo la matrice. L’ho trovato a Londra, non ricordo quanto l’ho pagato, ma tanto.”
Lo rigiro fra le mani. Adoro Frank Zappa ed avere uno degli album che amo di più in mano è una grandissima sensazione. “E… lo senti mai?”
Si lascia andare ad una risatina. “Ah…. non lo sento, l’ho fatto solo una volta. Ho il CD per ascoltarlo, ma vorrei tenerlo al meglio…”
Lo ripongo con estrema cura nel suo alloggio, e mi avvicino a lei. Salgo a cavalcioni sulla poltrona a sacco, che si affossa sotto il mio peso.
Sono a cavalcioni su di lei, le sue mani, per non finire sotto le mie gambe, sono ora sui miei fianchi.
Mi soffermo a guardarla, così bella. Non posso che baciarla intensamente, facendo mia la sua lingua.
Ci stacchiamo con un leggero filo di saliva che unisce ancora le nostre bocche, e sento che la voglio mia.
Dopo tempo che usciamo insieme, senza mai andare oltre delle coccole, stasera la voglio mia.
Scendo delicatamente da quel trono che è la poltrona, e le sollevo la gonna quel che basta a poterle tirare giù le mutandine.
Sorride, guardandomi, e vedo che la sua vanità ha la meglio.
Le piace essere adorata, le piace che io sia in ginocchio ad ammirarla.
Appoggio il viso al suo sesso, sentendone l’odore penetrante, e quando espiro sopra di questo, ha un fremito.
La mia lingua, quasi da sola, scivola fuori dalla mia bocca, e comincia a scorrere sulle grandi labbra, sentendole pulsare, sentendola sospirare piacevolmente. Senza dire parola, rimaniamo per lungo tempo così. Io che la lecco, senza penetrarla, carezzandola, e lei ad occhi chiusi che si gode le coccole.
Non posso negare che, in mezzo alle mie gambe, l’eccitazione stia crescendo, ma sono determinata a mantenere la calma e far durare questi dolci momenti il più a lungo possibile.
La sua mano destra mi arriva dinanzi, e con due dita fa dischiudere del tutto la sua vagina, facendomi capire che desidera sentire anche altro, che dolci carezze.
Comincio a leccare le zone più interne, scappucciando il clitoride e giocando con lui, mentre le mie dita si cominciano ad occupare delle grandi e piccole labbra. Aumento il ritmo, con calma, con molta, moltissima calma. Ansima sempre di più, e senza preavviso raggiunge l’orgasmo, che la coglie di sorpresa.
Succo tutto quel dolce miele, cercando di assaporare e memorizzarne il sapore.
Quarto Movimento
Restiamo ferme qualche istante, lei che cerca di riprendere fiato, piacevolmente stordita, mi carezza i capelli.
Io rimango con il viso appoggiato dinanzi al suo sesso ancora pulsante, sentendo con piacere il suo odore unico al mondo.
Con una leggera spinta mi fa sedere a terra, mentre si alza un po’ goffamente, sia per le mutandine che le legano le gambe, sia perchè la poltrona a sacco sembra volerla avere ancora con se.
Si rimette in piedi, scalciando leggermente le mutandine e lasciandole a terra, dopodichè si mette accovacciata per baciarmi.
Le nostre lingue danzano di nuovo una nella bocca dell’altra, la sua lingua è incredibilmente lunga e calda, mi invade la bocca, strusciandosi sul mio palato, sulla mia lingua, sotto la mia lingua. Quasi non riesco a respirare, per un breve istante ho persino il terrore che questa lingua lunga che gioca con me mi faccia male.
Stacchiamo le nostre bocche, e lei si trascina fuori, tenendola con i denti, la mia lingua, per poi mollarla con un sorriso, e ritornare all’assalto e mordermi il labbro inferiore. Le nostre mani, intanto, prima ci hanno condotto in un dolce abbraccio, ed ora corrono sui nostri corpi, esplorando, tastando, giocando.
“Spogliami” sussurra lei, sulla mia bocca, e in un attimo la sua gonna è slacciata ed a terra, e le mie mani sono impegnate con la sua maglietta, o top, o quel che è.
Mi stringo a lei, e le bacio il collo, arrivando a poter vedere la sua schiena, oltre la sua spalla.
Non riesco a capire come sia fatta questa maglia, sul davanti è chiusa, scollata ma chiusa, senza spalline, e sulla schiena, che rimane pressochè nuda, corrono un intreccio di fili che tengono chiuso l’abito.
“No… Ma che…” Non riesco a slacciarlo, ammesso che si slacci, e i suoi continui baci sul collo non mi favoriscono la concentrazione.
“Tira, tira uno dei due cordini e basta…” sussurra, continuando a baciarmi e stringersi a me.
“Ma così si ingarbugliano tutti…” le dico. Questo sistema di chiusura a mò di lacci di scarpe non è una cosa proprio geniale.
“Dio santo, tira quella maledetta corda e spogliami!” la sento dire, sempre a bassa voce, con veemenza, divertita.
Tiro, ed effettivamente si slaccia il nodo principale, mentre tutto il bel sistema di cordini intrecciati va a farsi benedire.
Mi scosto da lei quel che basta ad infilare le mani sui sui seni e tirarle giù il top.
Indietreggio di qualche passo, e l’ammiro.
In piedi, davanti a me, immersa nell’azzurrina luce lunare, sta una dea.
Un viso delizioso, spalle larghe, braccia morbide e delicate.
Finalmente vedo anche i suoi seni. Come li immaginavo, dopo le fugaci carezze dei giorni precedenti.
Sodi, pieni, piuttosto grossi, con due capezzoli perfetti in cima, che tradiscono la sua eccitazione.
Un ventre piatto e muscoloso fa scivolare lo sguardo sulla sue bellissime e magre gambe.
Sorride, piroettando su se stessa, facendo mostra della sua bella schiena e del suo bel sedere.
“Ti piace il mio corpo?” mi chiede.
“Sì, tantissimo.”
“Ti piacciono i miei seni?” domanda, prendendoseli in mano, avanzando di un passo.
“Da morire.”
“Ti piace il mio sedere?” sussurra girandosi, più vicina ancora.
“E’ splendido.”
Mi spinge con una mano, sorridendo, fino a farmi ricadere sul suo letto. Si appoggia a me, costringendomi a sdraiarmi sul materasso.
Mi sale a cavalcioni, addosso, come un serpente ad una roccia. E’ sopra di me leggermente sollevata.
“Ti piace il mio viso?” mi dice, toccandosi un labbro, sensuale.
“Lo adoro.”
Ormai è sopra di me, voluttuosa e bellissima. Trasuda sensualità da ogni poro, e il suo tono delicato tradisce la sua voglia di sesso.
“Lo so cosa dicono di me…” mi guarda. “… Che prendo le persone e le butto via… Che prendo, spremo e getto nella spazzatura… So che te lo hanno detto.”
E’ vero, me l’hanno detto. Che è ‘pericolosa’, che io la posso anche amar, ma lei probabilmente vuole solo divertirsi.
“Ed… E’ la verità?” le chiedo.
“Sì. E’ la verità. Ma non con te. Sono stronza, è vero. Mi diverto a sedurre qualcuno per averlo mio, e lasciarlo. Ma non con te.”
La guardo seria. “Come faccio a crederti?”
“Abbi fede… Ti dimostrerò che è così, ogni giorno, ogni bacio…” mi bacia teneramente sulle labbra. “… Ena… Ti voglio.”
Scende, leggera, come piuma, slacciandomi i jeans e facendomi sua.
Una prima volta, senza spogliarmi. Una seconda, dopo avermi spogliata.
Non mi lascia reagire, se non dopo la seconda volta.
Mi metto a cavalcioni su di lei, con il viso tra le sue cosce, e le mie cosce sul suo viso.
La scopo al meglio.
La desidero, desidero il suo corpo, il suo odore, il suo sapore, la sua voce che interrompe lo scoparmi per incitarmi o gemere.
Perse nel vortice della passione, facciamo l’amore fino a raggiungere l’orgasmo con perfetta sincronia.
Bevo avida la sua dolce ambrosia, mentre il mio nettare le cola sul viso, per essere sorseggiato dalle sue belle labbra.
Passiamo a coccolarci, ma presto le carezze tradiscono la nostra voglia di averci e possederci ancora.
Si mette sopra di me, mi apre le cosce, ed incrociamo le gambe.
I nostri sessi sono uno sull’altro, ora. Con un paio di movimenti decisi fa aderire completamente il suo al mio, e sono stupita della complementarietà dei nostri corpi.
Comincia, lenta, a strusciarsi contro di me. Sospiro, rapita dal piacere.
L’attrito tra i nostri corpi è dolce, mediato dai nostri umori, ed è bellissimo.
Provo piacere con lei, con il corpo libero, le mani libere di carezzarla, tastarla, aiutarla.
Mi sorride, e con uno sguardo bramoso aumenta il ritmo, scopandomi intensamente.
I nostri respiri aumentano di intensità e forza, sento montare l’orgasmo in me così come in lei.
Con decisi colpi di bacino, ormai, più che strusciarsi sembra cercare di penetrarmi, e io sono in balia della sua bravura.
Si chiude su di me, continuando con forza, e ci baciamo e assaggiamo continuamente, mentre ormai siamo quasi sulla vetta del piacere.
Esplodiamo di nuovo, assieme, e subito ognuna si dedica a fare suoi i gustosi succhi dell’altra.
Esauste, ci baciamo e carezziamo ancora per un poco, prima di addormentarci l’una nelle braccia dell’altra.
Finale
Il mattino vengo svegliata da un piccolo assolo di batteria, seguito dal resto della musica.
Il mio cervello per un istante cerca di capire dove io mi trovi, e subito mi ricordo della serata precedente, e riconosco questa musica.
Mi giro nel letto spazioso, e lei non c’è. Decido di alzarmi, aprendo la porta a soffietto che separa, nella sua mansarda, la stanza da letto dal resto.
Davanti alle casse del suo potente stereo sta lei, nuda, voltata di spalle, con le braccia incrociate sul petto.
Ammiro il suo perfetto fisico atletico, il suo bacino che fa svettare così bene il suo sedere, i suoi tatuaggi sulla sua bella pelle.
Sorrido, e avanzo nella stanza, facendo scricchiolare le assi del pavimento.
Si gira verso di me, sorridente.
Indico lo stereo.
“E’… Peaches en Regalia…” le sorrido. “Credo sia la mia canzone preferita da quando ho cinque anni.”
Mi sorride, dandomi un bacio in fronte.
“Ho subito pensato che fosse la tua canzone. Volevo svegliarti con lei.”
La bacio, e mentre ci baciamo riconosco il fruscio sottostante. Guardo lo stereo, e vedo che la musica viene dal vinile.
“Avevi detto che non usavi il vinile per sentirla…” la guardo.
“Io che mi innamoro credo sia un’occasione abbastanza speciale da meritare l’uso del vinile originale.”
Crolliamo sul pavimento, amandoci ancora una volta, appena sveglie, con la musica che risuona nelle nostre orecchie.
